Sicurezza
L’accostamento a Corleone fa arrabbiare i giovani cinesi
Hong Wang Xia: «Se la Fondazione Caponnetto sa qualcosa di preciso deve andare in Procura. Abusare della parola mafia è altamente fuorviante»
prato. L’accostamento di Prato a Corleone fatto dalla Fondazione Caponnetto per segnalare il rischio di infiltrazioni mafiose non è piaciuto, com’era prevedibile, alla comunità cinese, che per una volta fa sentire la sua voce tramite Hong Wang Xia, fondatore dell’Unione giovani italo cinesi.
«Come comunità cinese siamo davvero sbalorditi da questo abbinamento - scrive Hong - soprattutto per me che sono nato qui in Italia e conosco bene la storia dell’antimafia siciliana con quegli eroi che si chiamavano Falcone e Borsellino. Mi sorprende come una fondazione che porta il nome di un grandissimo magistrato come Antonino Caponnetto possa affermare definizioni cosi azzardate. Come cinese non nego la diffusa illegalità che puo esserci in questi territori ma definirla una Corleone è offensivo per noi cinesi, per noi pratesi e fiorentini ma sopratutto offensivo per quella antimafia che ha sacrificato sull’altare della patria i nostri magistrati e le forze dell’ordine per la lotta contro una mafia che era padrona del territorio siciliano imponendo racket e pizzo. Come dice giustamente il procuratore Nicolosi esistono tante forme di criminalità che devono giustamente essere contrastate e combattute ma far sembrare tutto una mafia senza nessuna prova o sentenza (non esistono sentenze di mafia cinese della Cassazione come la fondazione cita) e sopratutto nessuna fonte o dato certo. Se il presidente della fondazione è a conoscenza di mafia cinese spero che vada prima possibile in Procura a denunciare, nel caso contrario presumere senza fornire dati o prove io mi asterrei sopratutto quando si usa un megafono come la denominazione fondazione Caponnetto».
«Abusare della parola mafia cinese per prendere un articolo diffuso su tutti gli organi di stampa - prosegue il presidente dell’Unione giovani italo cinesi - è altamente fuorviante. Le parole non sono parole al vento, le parole sono importanti sopratutto di chi porta una nome di un eroe del pool antimafia e poi sopratutto per quei cinesi che vivono e lavorano nel territorio toscano».
Sulle polemiche di questi giorni torna anche Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Caponnetto. «Ogni volta che la Fondazione Caponnetto tocca il tema della mafia e/o criminalità organizzata cinese si assiste ad una reazione giustamente preoccupata- si legge in una nota - Ciò che recentemente è stato detto e scritto nella conferenza stampa di inizio anno di due giorni fa – “In relazione alla mafia cinese che è storicamente presente sul territorio toscano con tanto di sentenza di cassazione, si assiste ad una sottovalutazione del fenomeno che sembra caduto nel dimenticatoio, ma non dobbiamo dimenticare che la mafia cinese del triangolo Firenze-Prato-Osmannoro comanda in Italia ed in parte dell’Europa” – è confermato da una serie di report in cui vengono descritte ed inserite operazioni della magistratura e delle forze dell’ordine. Il primo, ufficiale, con Pier Luigi Vigna è del 2012, altri ne sono seguiti nel 2016 e nel 2017. Si aggiungano poi le numerose relazioni della Di e della Dna. Il tutto preceduto e suggellato da una sentenza di Cassazione, VI Sezione Penale, del 30 maggio 2001, che confermava una condanna in appello ex art. 416 bis di un gruppo di cinesi che gestivano un traffico di clandestini verso l’Italia». Calleri non lo specifica, ma probabilmente si riferisce al processo nato dall’inchiesta denominata “Gladioli rossi” del 1998. —
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