Il Tirreno

Prato

NELLA PRATO DEL FUTURO CI SARÀ IL SINDACO CHEN?

3 MINUTI DI LETTURA





Avremo un giorno un sindaco di nome Chen, oppure Ionesco, o se preferite Belushi? Oggi sembra impossibile, ma potrebbe accadere, anzi possiamo azzardarci a dire che prima o poi accadrà. E se non dovesse accadere, significherebbe che qualcosa non ha funzionato nella città che è diventata capitale italiana dell’immigrazione, con oltre 47.000 stranieri censiti su 258.000 residenti in provincia, senza contare chi è senza permesso di soggiorno. Non stiamo parlando dell’oggi e nemmeno del domani. Proviamo a immaginare come sarà la città tra dieci anni, nel 2030, un anno che per chi è nato nel ventesimo secolo evoca i film di fantascienza. Ora ci siamo dentro e anche se non ci sono voli regolari per Marte, come immaginavamo negli anni Sessanta, qualcosa d’importante è cambiato. A Prato, per dire, è cambiata la geografia umana. Assorbita l’ondata dei migranti dal sud, è in fase di assorbimento quella dei migranti stranieri, che ha avuto un impatto molto più importante. E dunque probabilmente, quasi certamente, tra dieci anni non ci sarà un sindaco nato da genitori stranieri, ma più avanti potrebbe accadere. D’altronde se l’America è riuscita a eleggere presidente un candidato di colore dal cognome pericolosamente simile al nemico pubblico numero uno e Londra ai tempi dell’Isis ha eletto sindaco Sadiq Khan, Prato potrebbe avere un Chen. Intanto ha fatto entrare in consiglio comunale un Wong e una Lin, oltre a uno Stanasel. Dunque qualcosa si muove. Ma il movimento più significativo è lontano dai palazzi del potere amministrativo. Bisogna guardare tra i banchi delle scuole per capire come sarà la città di domani. A Prato già oggi uno studente su quattro (il 24,5%) è figlio di genitori stranieri. E domani sarà uno studente su tre, che è la percentuale del reparto di Ostetricia. È pensabile che questa massa di persone possa non avere un’adeguata rappresentanza politica in futuro? L’integrazione di cui tutti parlano ma che non tutti praticano è fatta di questo, voto e tasse, poi anche condivisione e confronto di valori e tradizioni, infine mescolanza nella diversità. La lezione che arriva dalle aule delle materne è questa. Mia figlia ha 4 anni e i suoi compagni sono in maggioranza figli di genitori stranieri, cinesi, albanesi, pachistani, marocchini. Però queste quattro parole non gliele ho mai sentite pronunciare. Per lei esistono solo Sara, Amira, Milena, Andrea, Riccardo. Alcuni sono nomi italiani scelti da genitori stranieri. Semplicemente Ines non si pone il problema, non sente la necessità di dare una nazionalità a chi ha già un nome. Quando questi bambini saranno gli adulti che noi siamo oggi vivranno in una città dove sarà forse naturale eleggere Amira la prima sindaca di Prato.

Ci sono due ostacoli, che potremmo chiamare anche rischi. Il primo è rappresentato dai genitori, italiani o stranieri che siano. Non tutti hanno questa visione larga del mondo e inevitabilmente trasmettono le loro convinzioni ai figli. Il secondo è rappresentato dalle leggi. Molti stranieri, nonostante possano tranquillamente ordinare una hoha hola hon la hannuccia, non hanno la cittadinanza italiana (alcuni per scelta, come tanti cinesi, altri per forza) e non possono votare. Soluzioni? Un paio di anni fa si pensava allo ius soli, che coi tempi che corrono non verrà mai approvato. In alternativa ci sarebbe lo ius culturae (diventi italiano se completi qui uno o due cicli di studi). Sono convinto che Ines e i suoi amici della materna voterebbero a favore.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa