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Chiedevano soldi ai cinesi Patteggiano tre ex parà

Paolo Nencioni
Chiedevano soldi ai cinesi Patteggiano tre ex parà

Il quarto è ancora in forza al Reggimento di Pistoia ed è stato rinviato a giudizio ma il ministero della Difesa non ha ritenuto di doversi costituire parte civile

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prato. Hanno ammesso le loro responsabilità e hanno chiuso i conti con la giustizia patteggiando una pena a due anni di reclusione con la sospensione condizionale tre dei quattro paracadutisti del 183° Reggimento Nembo di Pistoia che nel novembre dell’anno scorso furono arrestati dalla polizia con l’accusa di aver preteso soldi da alcuni imprenditori cinesi con la scusa dei controlli nell’ambito dell’operazione “Strade sicure”. Il quarto invece, che è ancora in al Nembo, seppur sospeso e a stipendio ridotto, è stato rinviato a giudizio dal giudice dell’udienza preliminare Costanza Comunale e il processo inizierà il prossimo 17 gennaio.

Si è così chiusa ingloriosamente, senza nulla togliere ai tanti militari che hanno fatto il loro dovere nel pattugliamento delle strade, un’operazione che fin dall’inizio aveva diviso la città tra i favorevoli (contenti per l’aumentata percezione di sicurezza) e i contrari (che ironizzavano sulle “giratine” dei baschi amaranto in centro). Passati meno di due mesi, “Strade sicure” non è stata prorogata.

I tre che hanno patteggiato la pena col consenso del pubblico ministero Lorenzo Gestri sono l’ex caporalmaggiore Alessandro Ranieri Fazzi, pratese di 35 anni, difeso dagli avvocati Rocca, Nigro e Santini, e i parà Dimitri Dallai, pratese di 25 anni, e Mattia Carrabs, 22 anni, di Santa Maria a Monte, difesi dall’avvocato Scala. Tutti e tre nel frattempo hanno lasciato l’esercito.

Ha scelto invece di farsi processare con l’accusa di peculato Emanuele Pepe, pistoiese di 44 anni, difeso dall'avvocato Giovanni Renna.

I quattro furono arrestati un anno fa dalla polizia al termine di un’indagine lampo scaturita da alcune segnalazioni che parlavano di una pattuglia di paracadutisti che aveva preso l’abitudine di taglieggiare i cinesi. Ma non erano stati questi ultimi a rivolgersi alle forze dell’ordine. Si erano limitati a creare una chat nella quale si avvertivano con messaggi di questo tipo: “Attenti, ci sono quelli che chiedono i soldi”. Poi qualcuno di loro, dopo aver pagato, si era confidato con un paio di conoscenti italiani che a loro volta avevano segnalato la cosa alla polizia. Le indagini, come detto, furono molto veloci. Bastò mettere dei poliziotti in borghese alle calcagna della pattuglia e verificare che i militari uscivano spesso dall’itinerario predisposto dal loro comando e si spingevano verso il Macrolotto di Iolo. Lì fermavano i veicoli in transito e paventando maxi-multe per imprecisate irregolarità proponevano di risolvere la questione con un pagamento sul posto: 50 o 100 euro cash, ma in un caso anche solo 10 euro perché il malcapitato non aveva contante in tasca. Nel fascicolo dell’indagine sono finiti 8 casi. Gli avvocati difensori hanno spedito a ciasciun indirizzo un assegno circolare di risarcimento, senza il quale non avrebbero potuto patteggiare.

Ma l’esercito e il ministero della Difesa, che pure a caldo avevano espresso «profondo sdegno e condanna» per l’accaduto, non hanno ritenuto di doversi costituire parte civile per l’eventuale richiesta di danni d’immagine. «Chi non indossa la divisa con onore, la stessa per cui in tanti hanno sacrificato la propria vita, non è degno di far parte della grande famiglia della Difesa» scrisse all’epoca il sottosegretario Tofalo. Poi però a nessuno è venuto in mente, almeno per ora, di chiedere un risarcimento per l’immagine infangata di un intero Reggimento. —

Paolo Nencioni

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