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Maxi-evasione fiscale, così gli indagati tentano di sottrarre case al fisco
I retroscena dell’indagine della Finanza che ha portato all’arresto di 17 persone C’è chi abita alle case popolari e chi nella Prato bene. Il ruolo dei professionisti
prato. Quando si organizza una frode milionaria come quella che viene contestata alle 17 persone arrestate ieri dalla guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta sul commercio di plastica, si mette in conto che prima o poi si verrà scoperti. E si prendono le dovute precauzioni. Per esempio si costituisce una società immobiliare che prende in carico case e terreni per sottrarli alle pretese dell’erario. Il 9 maggio 2017 nello studio romano del commercialista ed ex guardalinee di serie A Enrico Ceniccola viene costituita la Aurora Boreale Immobiliare, amministrata da Josef Ferrando, nella qual confluiscono quattro case di proprietà della famiglia di Mirko Bellucci a Vaiano e una riferibile alla famiglia di Roberto Rafanelli a Castiglion de’ Pepoli. Bellucci, Rafanelli e Ferrando sono stati arrestati ieri e, stando a quanto scrive il gip Scarlatti nell’ordinanza di custodia, «i vari soggetti coinvolti hanno adottato le opportune precauzioni per evitare di essere sottoposti a interventi di natura patrimoniale». Nel maggio 2017 le verifiche fiscali della Finanza sono già iniziate e bisogna correre ai ripari.
È un gruppo veramente trasversale quello su cui hanno acceso i fari la Procura e la guardia di finanza. C’è chi, come il prestanome Antonio Zizzamia, vive nelle case popolari di via di Gabbiana e chi, come Roberto Rafanelli, si è sistemato in via della Torretta, forse la strada a pìù alto censo di tutta Prato. E anche i soggetti coinvolti nell’inchiesta hanno presumibilmente tenori di vita diametralmente opposti. C’è chi, stando alle accuse della Procura, ha fatto i milioni e chi tira avanti con lo “stipendio” da prestanome: le persone che si sono prestate a fare gli amministratori delle società fittizie, spiega la guardia di finanza, potevano essere compensate anche con soli 500 euro al mese. Altri sono arrivati a prendere 3.000 euro al mese, che è uno stipendio di tutto rispetto. E poi ci sono i professionisti, tutti indagati a piede libero, che secondo il gip Scarlatti, in qualità di consulenti fiscali e amministrativi, «hanno curato la contabilità di alcune delle società facenti capo al sodalizio, del quale conoscevano gli scopi e le finalità». Dell’elenco fanno parte Ester Pazzaglia di Vaiano, Michele Galimberti di Prato, Silvia Birindelli di Montecatini e i fratelli Stefano e Angelo Barni, questi ultimi specializzati nella domiciliazione delle cosiddette “conduit company”, le società con sede nella Repubblica Ceca (che secondo la Procura facevano capo a Bellucci) fornitrici di polimeri di plastica, il primo anello della catena illecita.
Le uniche società “vere” di questa storia sono la Lufra Chemichal di Milano, la Ep Energye Plastiche di Livorno e la Rcs di Vaiano. Sono le ditte che, sempre secondo l’accusa, vendono a prezzi scontati i polimeri di plastica grazie alla presenza di società “cartiere” che si sono accollate il debito Iva e non lo pagheranno mai.
Quando i finanzieri di Prato si sono imbattuti nel nome di Mirko Bellucci, ritenuto il promotore dell’associazione a delinquere, si sono ricordati di averci parlato otto anni fa, nel 2011, quando Bellucci denunciò di essere stato vittima di prestiti a usura da parte di Pietro Cozzolino, imprenditore in odor di camorra a Montemurlo. In quell’occasione Bellucci fu anche picchiato per non aver restituito un prestito. Successivamente deve aver pensato che c’era un altro modo, meno rischioso, per fare la bella vita. —
Paolo Nencioni
Servizio a pag. 11
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