Italia
IL SILENZIO DA ROMPERE TRA GENITORI E FIGLI
Ma chi sono? Chi sono davvero questi “post-bambini” o questi ragazzi ancora non giovani? Chi sono quelli che vivono dentro le nostre case e frequentano (non sempre) le scuole e che riteniamo di conoscerli come figli o alunni? Chi sono questi “estranei” che, all’improvviso, scopriamo che sono affiliati di “baby gang” dediti ad azioni violente gratuite nei confronti di altri ragazzi? Le vittime sono picchiate, derise, derubate, spogliate dei loro cellulari o degli zaini. Un’umiliazione che gli viene imposta attraverso le leggi del branco.
In questi giorni dirigenti scolastici e professori degli istituti scolastici di via Reggiana a Prato (Dagomari, Gramsci- Keynes) si sono rivolti alla polizia per chiedere aiuto. Un aiuto che andrebbe esteso non solo alle forze dell’ordine ma anche alla società in senso più ampio. Le cronache nere dei mass media, da tantissimo tempo, dedicano spazio alle devianze comportamentali degli adolescenti (in alcuni casi si oltrepassa anche i venti anni) che spesso vengono “promosse” nelle cronache giudiziarie. Condanne pesanti che stravolgono non solo le vite dei baby protagonisti ma anche delle loro famiglie.
Le risposte che la società cerca di dare, a volte in maniera volenterosa ma non sempre efficace, chiamano in causa in primo luogo la famiglia, la scuola, il mondo dell’associazionismo, le istituzioni religiose, gli assistenti sociali e così via. Da qualche parte, insomma, bisogna partire per ridare un po’ d’ordine alla scala di valori che questi ragazzi non riescono a comprendere o accettare.
Il caso della mamma di Siena che ha denunciato il figlio di 13 anni che, sul proprio smartphone, condivideva una chat zeppa di contenuti violenti, pedopornografici e discriminatori, è uno squarcio in un velo che copre gli occhi e la mente di molti genitori. Nella vita di questi ragazzi, una netta minoranza rispetto alla maggioranza, sia chiaro, gli adulti sono spesso tagliati completamente fuori. Esclusi. Ed è un errore, a volte tragico, considerarli prematuramente “grandi” e in grado di discernere il Bene e il Male. Oggi la droga smerciata dentro o fuori dalle discoteche o nei giardini, domani l’odio razziale sui social sparso sul web o la violenza praticata nei confronti di chi è diverso o semplicemente per il gusto di sopraffare l’altro. L’esempio della madre è da seguire? L’indicazione di un ufficiale dei carabinieri era stata quello di un padre, più che di un investigatore: prevenire. Guardare lo smartphone del figlio prima di vivere di recriminazioni.
Il vero dialogo deve però crescere insieme al rapporto tra genitore e figlio, tra insegnante e alunno, tra educatore e allievo. Non c’è una regola assoluta. Ma tra le regole non scritte di un genitore ce n’è una che non prevede scorciatoie: parlare, parlare, parlare. Ascoltare, ascoltare, ascoltare. E se occorre, in extrema ratio: whatsappare. Il silenzio sarebbe una sconfitta. Per tutti. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google