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Prato

il caso

La tassa sulla plastica spaventa 48 imprese

Alessandro Formichella
Fabia Romagnoli, delegata di Confindustria alla sostenibilità e titolare della Mariplast di Montale
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Fabia Romagnoli, delegata di Confindustria alla sostenibilità e titolare della Mariplast di Montale

A Prato oltre 330 lavoratori. L'allarme di Confindustria e della Mariplast: "Si può riciclare tutta, il problema è la gestione dei rifiuti non la materia"

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PRATO. Fra aziende maggiori e minori, sono 48 gli stabilimenti nel pratese che hanno a che fare con la produzione di plastiche. Aziende spesso orientate alla lavorazione della plastica per il tessile e molto meno negli imballaggi di consumo quotidiano. Ma la questione sollevata dalla proposta del governo giallorosso di tassare nella legge finanziaria per il 2020 la produzione di packaging e film plastico, come anche il pluriball o i rotoli di politilene, sembra inasprire ancora di più la demonizzazione alla plastica in sè. Quella che usiamo tutti i giorni, che troviamo dovunque, dai supermarket alle edicole.

1 euro a chilogrammo di imballaggio prodotto, questa la proposta di tassa, «una cifra enorme se pensiamo che la materia prima costa meno della tassa e se pensiamo che nel 2020 il Conai (il consorzio che ritira e ricicla le plastiche) chiederà 33 centesimi per ogni euro di plastica, costi che vanno sulle aziende», dice Fabia Romagnoli, nota imprenditrice pratese, titolare della Mariplast a Montale con una azienda sorella nel nord degli Stati Uniti. La ventata del “plastic free”, spinta con persuasione negli ultimi anni, mostra le due facce del problema.

«Teoricamente la plastica si può riciclare all’infinito, riutilizzare per ogni altro uso, la questione non è forzare la tassazione sopra pensando che in questo modo si favorisca una maggiore sostenibilità ambientale. Il problema vero è da individuare nei sistemi di mercato e di riciclaggio, nel rimetterla in produzione», dice ancora Fabia Romagnoli, con una azienda che dalla fine degli anni sessanta fa stampi e prodotti plastici. E che ora giunta alla terza generazione di imprenditori si scontra con quella che ha definito «la moda di demonizzare qualcosa che ha ridotto dell’80 % i costi di tanti prodotti».

Soltanto a Prato e dintorni si contano 336 lavoratori, fra imprese e microimprese, che sono impiegati nel ciclo produttivo della plastica. Una delle aziende capofila resta la CappPlast di via Galcianese, che due anni fa ha aperto un nuovo stabilimento e un magazzino in Olanda, ma si tratta di plastiche dure, che spesso rientrano nel ciclo di stampaggio per nuovi prodotti grazie ad una filiera di riciclaggio promossa dagli stessi imprenditori. È la plastica, insomma, che si può rilavorare all’infinito. Difficile trovare, almeno a Prato, aziende che si occupano direttamente della produzione di imballaggi e film plastico.

«Nel pratese non ci sono grossi numeri del settore plastiche minimamente paragonabili a quelli del tessile – spiega Massimiliano Brezzo, responsabile Cgil Prato-Pistoia per il comparto lavoratori chimici e tessili, Filctem – certo che la tassa proposta graverebbe sui prodotti da imballaggio, dove l’Italia è il maggior produttore mondiale». Per Fabia Romagnoli, che è anche delegata della presidenza di Confindustria Toscana Nord per la sostenibilità e lei stessa imprenditrice del settore, «il problema non è la plastica ma la cattiva gestione dei rifiuti e la conseguente dispersione della plastica nell'ambiente. L'assurdo è che questa tassa va a colpire le imprese proprio nel momento in cui queste sono impegnate, con successo ma ancora con tanta strada da percorrere, nel rendere prodotti e processi sempre più ecosostenibili, attraverso il riciclo ma anche con l'utilizzo di materiali nuovi».

“Plastic free”, quindi, per la titolare della Mariplast, Supporti di plastica per filati. È questa la produzione della Mariplast di Montale con 20 dipendenti e un aumento alto di produzione fino a giugno scorso, «poi è arrivata una battuta d’arresto sul mercato internazionale», come racconta Fabia Romagnoli. Molta della produzione della Mariplast, il 75 % addirittura, va nell’export, Germania e paesi come India e Bangladesh. La gran parte delle cosiddette rocche (ben note a Prato e usate per il filato) si dirigono la dove ci sono i grossi centri di produzione tessile e di tintoria, e i paesi a maggiore trazione oggi sono quelli indiani, oltre alla Germania.

Una consorella, la Mariplast North Usa, ha sede nella Carolina del sud. Anche qui vicino alle aree industriali tessili degli Stati Uniti, dove è più forte la domanda di supporti di plastica per filati e tessuti. E sempre la Mariplast, partecipando ad un progetto cofinanziato dal Fondo sociale dell’Unione Europea tramite la Regione Toscana, ha partecipato mesi fa alla fiera del settore meccanotessile di Barcellona, l’Itma, la più importante a livello mondiale del settore. sto. Sicuramente, non tassarlo a dismisura.

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