Sicurezza
Il miglior vino rosso d’Italia è il Carmignano Piaggia 2016
Il prestigioso riconoscimento arriva dall’ultima guida del Gambero RossoLa grande storia della piccola azienda di Mauro e Silvia Vannucci inizia nel 1975
CARMIGNANO. Non è certo la prima medaglia. Ce ne sono state tante negli anni a Carmignano, piccolissima ma blasonata Docg del Montalbano pratese. Medaglie che hanno premiato più viticoltori. Ma stavolta suona come una vera e propria incoronazione. Per la guida del Gambero Rosso il Carmignano riserva 2016 della fattoria Piaggia è infatti il miglior vino rosso dell’anno in Italia. Prima del Sassicaia 2015 celebrato dal Wine Spectator come autentica perla mondiale. Prima di Bolgheri ed altre eccellenze. Decisamente una bella soddisfazione. Non è facile emergere nell’affollato panorama enologico toscano. Ma Mauro Vannucci, al timone dell’azienda di famiglia assieme alla figlia Silvia, ce l’ha fatta. E non è neppure la prima volta. Il segreto? «La maturazione dell’uva – raccontano – devi raccogliere quando è il momento giusto. Ma per farlo devi diradare». Non più di seimila piante per ettaro.
«Devi rischiare – aggiunge Silvia – perché non basta avere la fortuna di produrre in un territorio decisamente vocato». Serve intuito e coraggio. Tutto inizia per caso. Imprenditore tessile, Mauro nel 1975 compra un appezzamento di terra a Poggio a Caiano per farci la casa. C’era anche una vigna. Nel 1991 inizia a vinificare, nel 1993 il primo Vinitaly a Verona. E' partito con due ettari e mezzo. Oggi sono venti e presto con i nuovi impianti diventeranno venticinque. «Bisogna acquistare però nei posti giusti» raccontano padre e figlia. Da Piaggia escono 100 mila bottiglie l’anno: l’obiettivo è arrivare a 150 mila. Oggi infatti la riserva è tirata in 30 mila bottiglie. Ma le richieste sono molte di più. «Ad aprile spesso il vino è già finito – confida a Silvia – ed è un problema dover aspettare il 29 settembre per la nuova annata».
Ad alcuni clienti occorre dire di no. Il Piaggia come tutto il Carmignano è conosciuto più all'estero che in Italia. Qui il sangiovese si sposa fin dal Cinquecento con il cabernet. Si narra che fu portato da Caterina dei Medici quando era regina di Francia. Clima e terreni avvicinano queste colline alla Borgogna. Anche il merlot è spesso di casa. Una Docg, prossima a festeggiare quasi trent’anni, e tre Doc, la prima negli anni Settanta. Se il blasone è grande, gli ettari dedicati alle denominazioni di origine non superano comunque duecentocinquanta. E tolte Capezzana e Artimino, le due fattorie più grandi e storiche, il resto della dozzina di produttori del consorzio spesso sono piccoli o piccolissimi. Con questi numeri non è facile affacciarsi sui grandi mercati. Ma anche i piccoli possono emergere e crescere, come ha dimostrato nel tempo Piaggia. Fu Luigi Veronelli tra i primi enologi negli anni Sessanta a lodare il Carmignano e a spronare i produttori ad affrancarsi dal marchio Chianti, dove era stato incluso nel 1932. Un ritorno al 1716, quando il granduca Cosimo III dei Medici lo fregio di una Doc, prima che le Doc esistessero.
Con un disciplinare che lascia ampi margini di “interpretazione” e personalizzazione, ogni produttore ha il suo stile e impostazione. Questione di sfumature nelle percentuali o di scelte tra botti e barriques. Per alcuni un limite, per altri un pregio. Difficile da dirsi. Di sicuro Piaggia è una delle aziende che da sempre ha ricercato un vino dal gusto moderno. Il successo sta nella squadra: consulenti, enologi, agronomi. «Ma ci vuole la linea del produttore, un’idea di vino – ribadisce Silvia al Gambero Rosso – E noi la nostra ce l’abbiamo».
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