Sicurezza
La Corte d’appello dice no alla confisca Il cinese si tiene la villa
Cade la misura di prevenzione chiesta dalla Procura L’acquisto sei anni prima dell’inchiesta sui money transfer
prato. Una villa acquistata nel 2002 non può essere confiscata in base a un’indagine che contesta al proprietario una pericolosità sociale che si è manifestata anni dopo, tra il 2008 e il 2010. Il principio è stato stabilito dalla Corte d’appello di Firenze che, confermando una sentenza di primo grado, ha respinto il ricorso della Procura di Prato che chiedeva la confisca di beni per oltre due milioni di euro al confezionista cinese Yang Xinjao, difeso dagli avvocati Federico Febbo e Costanza Malerba.
Si tratta di uno dei tanti imprenditori cinesi che nel lontano 2010 furono coinvolti nella maxi-inchiesta sui money transfer, cioè sul trasferimento di centinaia di milioni di euro in Cina attraverso gli sportelli che consentivano di mantenere di fatto l’anonimato. Il processo che ne è scaturito, lo abbiamo scritto più volte, si è risolto in un fallimento, perché i presunti reati fiscali sono caduti tutti in prescrizione. Per molti dei protagonisti di quell’inchiesta sono però rimaste in piedi le misure di prevenzione, cioè il sequestro finalizzato alla confisca sul presupposto della pericolosità sociale. E stando a quanto sta succedendo, potrebbero cadere anche queste. Perché in molti casi la giustizia è andata ad aggredire beni che erano stati acquistati in tempi non sospetti.
Nel caso di Yang Xinjao, per esempio, si trattava di auto e immobili acquistati nel 2002, cioè ben sei anni prima del periodo durante il quale, secondo la Procura, ci sarebbe stato l’illecito trasferimento di contanti all’estero.
La Corte d’appello di Firenze, confermando il verdetto del Tribunale di Prato, sostiene che, al di là di tutte le questioni di diritto, c’è «un dato di macroscopica evidenza», cioè il fatto, appunto, che si chiede la confisca di beni acquistati prima del periodo in cui si contestano i reati.
Un giudizio che si base anche su una recente sentenza della Corte costituzionale, la numero 24 del 2019, nella quale si sostiene che alla base delle confische debba esserci il principio della “ragionevolezza temporale”.
La sentenza della Corte d’appello potrebbe fare scuola in molti altri casi di imprenditori cinesi di Prato che rischiano o hanno già subìto la confisca dei beni in seguito all’inchiesta sui money transfer. —
Paolo Nencioni
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