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l’imbroglio 

Hanno venduto 1.800 auto sottocosto grazie a un’evasione Iva da 24 milioni

Paolo Nencioni
Hanno venduto 1.800 auto sottocosto grazie a un’evasione Iva da 24 milioni

La Finanza ha scoperto una “frode carosello” che coinvolge Prato, Napoli, la Slovacchia e la Bulgaria: sei denunce

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prato. Mentre il governo fa i salti mortali per evitare l’aumento dell’Iva, c’è chi il problema l’ha risolto alla radice: non pagandola. La mente della truffa è in Lombardia, i beneficiari sono al sud, prevalentemente tra Napoli e Caserta, le società usate per l’imbroglio hanno sede a Prato (due), in Slovacchia e in Bulgaria.

Il giochino, che tecnicamente si chiama “truffa carosello” lo hanno scoperto i finanzieri del Nucleo di polizia economica e finanziaria di piazza Mercatale, che hanno denunciato sei persone (cinque prestanome e il vero artefice della truffa, residente in Lombardia). Ed è un giochino molto vantaggioso: si parla di fatture false per 108 milioni di euro e di un’evasione Iva di 24 milioni.

Con un sistema di cui poi parleremo l’ideatore della truffa sarebbe riuscito a vendere la bellezza di 1.800 auto a concessionari compiacenti facendo uno sconto del 22% (l’Iva), che per metà finiva nelle sue tasche e per metà consentiva ai concessionari di proporre prezzi molto concorrenziali. E dunque di guadagnarci.

Il sistema funziona così: la società “cartiera” con sede a Prato registra fatture per l’acquisto di enormi quantità di merce (in questo caso prevalentemente materiali ferrosi e abbigliamento) intestandole a venditori ignari di tutto. Poi lo stesso materiale, che non si è mai mosso dal magazzino dei venditori ignari, viene formalmente rivenduto a società con sede in Slovacchia o in Bulgaria, il cui titolare è il truffatore lombardo. Così facendo, la società italiana che ha venduto per finta acquisisce un illecito credito Iva e la qualifica di esportatore abituale.

Finora tutto si è svolto davanti allo schermo di un computer. Ora può cominciare la seconda fase, che consiste nell’acquisto in Italia di centinaia di auto, in questo caso vere, di diverse marche, sulle quali però, grazie alla qualifica di “esportatore abituale”, l’Iva non si paga subito, quindi con uno sconto del 22%. A questo punto si tratta di trovare una concessionaria compiacente a cui si offrono a 9.000 euro più Iva (dunque poco meno di 11.000 euro) auto acquistate a 10.000 euro senza averci pagato l’Iva. Il concessionario potrà così proporre ai clienti un’auto scontata, sbaragliando i concorrenti, mentre nelle tasche del truffatore rimarrà un migliaio di euro per ogni auto, perché lui quell’Iva non la pagherà mai, grazie ai prestanome a quell’illecito credito Iva che si è creato con le finte compravendite di ferro e abbigliamento della prima fase.

Il sistema, come in quasi tutte le truffe carosello, è destinato prima o poi a essere scoperto. La Finanza, in sede di verifica, si insospettisce per un imprenditore che rivende a meno di quello che ha comprato. E poi verifica se quei primi acquisti di ferro e abbigliamento sono stati fatti davvero. È bastato andare a chiedere alle società che risultavano aver venduto la merce per scoprire che le fatture erano false e che nulla era stato comprato, e tantomeno venduto.

Il problema ora, come sempre, è trovare il malloppo. Sarà compito dei finanzieri e del sostituto procuratore Lorenzo Boscagli, titolare dell’inchiesta. Perché si dà per scontato che l’ideatore della truffa abbia anche pensato a come far sparire il guadagno, probabilmente all’estero.

Il fatto che due delle società coinvolte nell’imbroglio abbiano sede a Prato forse non è un caso. Farebbe pensare che viva e lavori a Prato il professionista che ha aiutato il truffatore a mettere in piedi il sistema di società filtro per ingannare il fisco, ma su questo non ci son oconferme. Si sa soltanto che l’indagine non è finita, e potrebbe portare a ulteriori sviluppi. —

Paolo Nencioni

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