Il Tirreno

Prato

il personaggio: enrico davalli 

«Ho fatto il pediatra anzi “l’avvocato dei bambini”»

M. L.
«Ho fatto il pediatra anzi “l’avvocato dei bambini”»

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PRATO. Il primo giorno di ambulatorio se lo ricorda come fosse ieri. Primo settembre 1979, i piccoli pazienti in via Muzzi. Poi venne lo studio in piazza del Collegio e in via Magnolfi. «Sono sempre rimasto in centro storico». Enrico Davalli era un giovane pediatra originario della provincia di Ancona, pioniere del sistema sanitario nazionale. È stato il pediatra di tre generazioni di pratesi: l’ultimo giorno sarà il 22 ottobre. Va in pensione l’ultimo dottore dei bambini rimasto dentro le mura.

In quarant’anni trascorsi con i bambini, quali sono stati gli episodi più singolari?

«Ero agli inizi. Una mamma mi chiamò perché il figlio aveva la febbre a 40. Quando arrivai a casa, la trovai tutta al buio. Non si poteva accendere la luce per non dare fastidio al bimbo. Euplio, questo il nome, stava rintanato sotto le coperte. Era stato vestito di rosso, per scaramanzia. Aveva il morbillo».

Episodi che l’hanno segnata profondamente.

«Un lattante che andai a visitare in periodo d’influenza. Il fiuto mi portò a fare la prima visita a quel bimbo con il viso bianco, color del marmo. Aveva la meningite e fortunatamente si salvò. Quell’episodio rafforzò in me l’idea che non un bambino non dovesse mai correre rischi e dunque l’assoluta convinzione della prevenzione, la necessità delle vaccinazioni».

In Toscana duemila bambini non sono stati mai vaccinati.

«La diminuzione della presenza di alcune malattie ha fatto perdere la percezione della gravità di queste ultime. Ma le malattie non stanno dietro al sentimento delle persone: quando si abbassa la percentuale di bambini vaccinati aumenta la possibilità di avere soggetti “suscettibili” che possono contrarre l’infezione perché scoperti» Chi è il pediatra oggi?

«Una volta era un curante, un puericultore. Oggi siamo diventati educatori, consiglieri chiamati a sostenere le famiglie. Il pediatra è un’antenna sociale che capta i cambiamenti, è “l’avvocato dei bambini” per usare una definizione del mio maestro, il professor Bartolozzi. Il pediatra non fa più solo diagnosi. Non a caso cerco di “pungolare” l’opinione pubblica su certi problemi».

Quali?

«Per esempio, due anni fa inviai alla stampa una lettera per denunciare l’abuso di alcol nelle giovani generazioni pratesi. Parlavo del “binge drinking” fra i giovani dai 12 anni in su. Oggi ne parlano i quotidiani nazionali, è diventato una piaga. Noi pediatri siamo antenne, queste cose le denunciamo. Spesso le istituzioni non percepiscono la gravità del problema».

Cosa le mancherà della quotidianità in ambulatorio?

«La relazione con le famiglie, il sorriso dei bambini, la gratuità dei loro sentimenti, il bacino dopo la puntura».

M. L.

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di Redazione web