Sicurezza
Oggi andare in bicicletta è diventato uno sport estremo
PRATO. Se guardiamo alle statistiche relative al numero di incidenti che ormai con una frequenza impressionante – un morto ogni 35 ore – coinvolgono i ciclisti sulle strade italiane, viene da pensare che il ciclismo sia ormai diventato uno sport estremo, cioé di quelli in cui si può rischiare la vita mentre lo si pratica, tipo free climbing, parapendio ecc. ecc. Eppure le morti in gara non sono molto frequenti nel ciclismo: quelle che si ricordano maggiormente riguardano Tommy Simpson, Fabio Casartelli al Tour de France e il belga Wouter Weylandt al Giro d’Italia. Fatalità, talora dovute a errori nella guida della bici, cosa che spesso capita negli sprint di gruppo dove però si hanno raramente delle conseguenze mortali, grazie alla perizia dei protagonisti.
Tra le cadute più spettacolari e senza conseguenze letali si ricordano quelle di Cipollini, Jalabert, Cavendish e di altri sprinter reputati. Ben diverso il discorso è quando i ciclisti, che praticano l’agonismo nelle svariate categorie ma anche i cicloamatori e i cosiddetti ciclisti della domenica, percorrono le strade per allenamenti o per semplice svago. Qui le statistiche sono impietose, quasi da strage continua e dimostrano come siano ben pochi i guidatori di automezzi che si attengono al codice della strada, mantenendosi nei sorpassi al consigliato metro e mezzo di distanza dal ciclista, rispettando gli stop, le precedenze e quant’altro sia consigliabile per non arrecare danni ai ciclisti, ospiti ormai indesiderati sulla sede stradale e che ogni anno lasciano sulla strada oltre 260 morti.
Altro record vergognoso, l’Italia è anche il Paese numero uno con più morti in bicicletta per chilometro percorso, siamo infatti a quota 51 contro i 49 degli Usa. La terza nazione di questa assurda classifica e che ci segue a debita distanza è la Francia, con 28 morti. La più virtuosa, a quota 8, è la Norvegia. Cifre che devono far riflettere, poiché accanto alle vittime figura anche una moltitudine di feriti gravi o di nuovi invalidi. Un caso su tutti, quello del giovane diciottenne ligure Samuele Manfredi, tesserato da club toscani e grande speranza del ciclismo italiano, vincitore di una medaglia in maglia azzurra ai mondiali: dopo essere stato investito in allenamento ora è costretto su una sedia a rotelle e sta affrontando con coraggio un difficile percorso di riabilitazione. Nel 2019, da giugno in poi, non si contanto gli incidenti che hanno coinvolto ciclisti di ogni livello, come il francese Benjamin Thomas sul lago di Garda, il coequipier di Nibali ed ex-dilettante nella Vellutex di Quarrata Domenico Pozzovivo, travolto in Basilicata, il ct della nazionale italiana Davide Cassani, sfiorato da un Tir sulle strade di casa a Faenza, i dilettanti Orlando Pitzanti e Gabriele Amati, messi ko a settembre e, per concludere, i giovani ciclisti del Team Franco Ballerini juniores, Dennis Budei e Matteo Magrini spediti all’ospedale a fine agosto da un’auto che aveva “ciccato” lo stop a Montecatini Terme. Un elenco impressionante anche se, bisogna ammetterlo, talora è l’imprudenza dei ciclisti a causare l’incidente. –
Stefano Fiori
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