Il Tirreno

Prato

la guerra di trump 

I dazi Usa non fanno paura al distretto ma c’è il rischio di ricadute indirette

Maria Lardara
L'imprenditore pratese Roberto Rosati
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L'imprenditore pratese Roberto Rosati

L’aumento delle tasse deciso dal presidente americano colpirà il tessile inglese, che in parte compra i tessuti a Prato

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PRATO. Toglietemi tutto tranne la moda “made in Italy”. È su quella “made in Britain” semmai che si abbatte la scure dei dazi di Trump, stando alla formulazione pubblicata dalle dogane americane. Teoricamente i lanifici pratesi dovrebbero dormire notti tranquille vedendo la lista “nera” degli articoli soggetti alla tassa d’importazione del 25% dal 18 ottobre in poi. Saranno dolori per cappotti, felpe, giacche per uomo e donna prodotti nel regno di Elisabetta II: l’abbigliamento del Belpaese invece non si tocca, da sempre sinonimo di qualità e buon gusto. E non avrà grossi problemi a entrare come sempre in terra d’America..

Ma con il Regno Unito il distretto lavora discretamente: il rischio è che i dazi americani potrebbero determinare flessioni di mercato per quei (pochi) brand di lusso che da sempre prediligono i tessuti pratesi. Ci lavora da sempre l’industriale Massimo Menchi dell’omonimo lanificio che, nella primavera scorsa, si è trasferito da Prato a Montemurlo: un nome come Burberry per lui ha sempre rappresentato una garanzia. Il brand–icona degli impermeabili inglesi con quasi 160 anni di storia, amato anche dalla regina Vittoria e indossato ultimamente persino da Melania Trump, ha sempre fatto girare i lanifici che fanno stoffe per trench, da Menchi Tessuti per l’invernale a Cangioli per l’estivo. Certo, da tempo oltre Manica non sono più rose e fiori per la filiera dell’abbigliamento per via della Brexit che ha svuotato le boutique. Lo stesso marchio Burberry non naviga in buone acque. «Questa turbolenza dei mercati – fa notare Menchi – ci danneggia in una fase in cui la congiuntura tessile è ferma. Sulla fascia medio alta, Max Mara e Burberry sono gli ultimi due player europei che fanno lavorare tanto il distretto di Prato. Si spera che questa guerra dei dazi non abbia l’effetto di contrarre ulteriormente il mercato inglese».

Le barriere imposte dagli Usa rischiano dunque di danneggiare in modo indiretto le nostre filiere produttive attraverso i prodotti tessili acquistati nel Regno Unito. Sullo sfondo, anche la tensione fra Stati Uniti e Cina che ha gelato i consumi interni del gigante asiatico che negli ultimi anni s’era affacciato al lusso. «La guerra commerciale scatenata da Trump, prima contro la Cina e poi contro l’Europa, rischia di far male a tutti», rimarca Menchi. Probabile che quella dei dazi sulle importazioni “made in Britain” sia solo una strategia per rilanciare la moda low cost a stelle e strisce facente capo a marchi come “Gap”, a scapito di gruppi inglesi come Marks and Spencer.

«Un tempo i pratesi lavoravano di più con il mercato inglese – fa sapere l’industriale Francesco Marini, vice presidente di Confindustria Toscana Nord – Quest’ultimo si è ridimensionato molto dopo che la Brexit ha frenato i consumi interni». C’è anche il rovescio della medaglia. «Nell’ultimo periodo si assiste a un risveglio dei retailers americani che cercano il made in Italy perché temono i dazi applicati alla Cina», ammette l’imprenditore Roberto Rosati del lanificio Fortex. Che parla anche di “globale crisi di sistema”, a partire dai consumi, che investe tutta l’industria dell’abbigliamento. «Quest’annata sembra il 2009 – osserva Rosati – almeno dieci anni fa la crisi aveva ragioni ben precise».

Il problema, secondo Confindustria Toscana Nord, è tutto di prospettiva. «L’imposizione di dazi – dicono da Palazzo dell’Industria – rischia di scatenare controffensive di uguale natura da parte dei paesi che si sentiranno danneggiati, innescando reazioni a catena negative per lo sviluppo degli interscambi». Il distretto tessile pratese è solo un piccolo tassello di questa competizione fra potenze economiche sullo scacchiere internazionale. «Meno barriere daziarie ci sono, più il nostro paese e il nostro territorio, con la loro vocazione all’export, possono guardare con fiducia al futuro – si legge nella nota diffusa giovedì da Confindustria Toscana Nord – Una fiducia che in questo momento, fra dazi Usa, Brexit e segnali di recessione globale, è meno viva che in altri periodi».

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