Gioco
Contrattazione di genere: da Prato un’idea per aiutare madri lavoratrici
Dalida Angelini, segretaria regionale della Cgil: «È uno dei temi da portare al tavolo delle trattative»
PRATO. Le avances del capo reparto iniziano durante il turno serale in filatura. Lei non ci sta e lui per tutta risposta le scatena l’inferno, penalizzandola sulle mansioni e sugli orari. Si chiama mobbing ed è il motivo che un po’di tempo fa ha spinto Anna (nome di fantasia) a bussare alla porta dello sportello donne della Cgil di Prato. S’è presentata anche Giulia, commessa disoccupata (anche per lei il nome è di fantasia): aveva un problema con l’ex marito, dipendente pubblico, che non le passava gli alimenti. . «Lo stress familiare le aveva causato uno sfogo sul viso – racconta Nora Toccafondi, coordinatrice dello sportello – La ragazza raccontò che nessuno voleva assumerla come commessa per via di quelle macchie…». Nove anni fa apriva alla Camera del lavoro il primo sportello donne. Toccafondi, sindacalista e femminista di lungo corso, l’ha ricordato alla prima assemblea delle donne della Cgil di area vasta (Pistoia, Prato, Firenze), ieri mattina nell’aula magna del Pin.
Un punto d’ascolto. Storie di discriminazioni e disparità di genere che s’intrecciano allo sportello donne della Cgil, dove è possibile incontrare un’avvocata, una mediatrice familiare a una psicologa. Ma l’utenza femminile è cambiata nel corso degli anni. «Prima arrivavano le donne decise a separarsi dal marito, preoccupate per la perdita della casa – ricorda Toccafondi – Oggi il problema principale è la conciliazione fra lavoro e maternità. Ma il punto è rivendicare il diritto di essere donna anche senza figli. Il ragionamento dovrà spostarsi un giorno su come conciliare l’essere genitori e lavoro senza che questo problema ricada solo sulle donne».
Le lavoratrici iscritte alla Cgil pratese sono 12.813, quasi il 52% sul totale degli iscritti. A livello regionale il sindacato di Landini si tinge meglio di rosa: su una platea di 500mila iscritti, il 65% è donna.
Contrattazione di genere. Prato, laboratorio per la contrattazione di genere. Dove il lavoro femminile vive mille sfaccettature che vanno dagli stereotipi di genere duri a morire nel tessile allo sfruttamento di manodopera cinese irregolare. «Dobbiamo rilanciare questa piattaforma sui singoli territori facendo sì che i temi di genere siano fra i primi punti della contrattazione di secondo livello – sottolinea la segretaria regionale della Confederazione, Dalida Angelini – Temi da portare al tavolo delle trattative prevedendo elementi di flessibilità negli orari di lavoro come l’aumento dei congedi e permessi per le madri lavoratrici evitando, ad esempio, che queste siano “costrette” a prendere un giorno di ferie se hanno bisogno di andare a riprendere il figlio a scuola». E perché, appunto, non partire da Prato?
Disparità di salario. Il gap fra le retribuzioni dei due sessi è una realtà anche nella città laniera. Dall’osservatorio Inca pratese emerge che a 60 anni un operaio guadagna il 33% in più che a 25 anni. E un’operaia? Solo il 18% in più. «Quotidianamente – racconta Stefania Di Domenico, responsabile dell’Inca-Cgil pratese – vengo a contatto con una realtà in cui le donne, dal punto di vista lavorativo e pensionistico, vengono discriminate rispetto ai colleghi maschi. Anche come madri». Ma non è solo un problema di salari. Anche perché le retribuzioni sono regolate dai contratti nazionali. «Il fatto è che le donne – ricorda la segretaria Angelini – non hanno accesso agli stessi percorsi di carriera dei colleghi maschi. E anche sul piano della formazione le opportunità non sono le stesse».
Disoccupazione e part time. Part-time? No, grazie. “Benedetto” dalle madri lavoratrici, il contratto di lavoro a orario ridotto sembra essere ormai una condizione obbligata per un’occupazione nel campo dei servizi e del commercio (soprattutto nelle catene della grande distribuzione). Contratto part-time come appannaggio delle lavoratrici. «Ma non tutte le donne che lavorano, soprattutto quando sono giovani, pensano a diventare madri – fa notare Manuela Marigolli, responsabile coordinamento donne della Cgil pratese – Lavoratrici che, pur desiderando un tempo pieno, non riescono a ottenere un contratto full-time».
A Prato le donne hanno visto peggiorare la qualità del lavoro con il boom del part-time che sul nostro territorio rappresenta il 33% dei contratti. E in molti casi appunto si tratta di inquadramento part-time involontario imposto dall’alto che aumenta la forbice di diseguaglianza fra uomini e donne. Meno ore, infatti, significano stipendio ridotto. Una ragazza che lavora in un negozio del Parco Prato (non diciamo il nome per tutelarla) ci raccontava ieri mattina che «l’azienda obbliga al part-time perché lo considera uno strumento di flessibilità» ma questo «spesso crea competitività fra le colleghe che fanno a gara per fare due ore in più di lavoro». Il risultato? Una guerra fra poveri, anzi fra povere. Non solo. In città il lavoro delle donne è sempre più precario e frammentato: che il tasso di disoccupazione femminile sia in aumento lo dimostra il numero delle pratiche Naspi (l’assegno di disoccupazione) elaborate dall’Inca di Prato, dal primo gennaio a oggi. La domanda di disoccupazione è stata presentata da 1. 221 lavoratrici su un totale di 2. 204 pratiche Naspi (il 55, 40% del totale). Ma al patronato ci si rivolge anche per le pratiche riguardanti l’indennità di maternità e l’accesso alla pensione: negli ultimi otto mesi, 1. 028 lavoratrici in dolce attesa si sono rivolte alla Camera del lavoro per chiedere la maternità a fronte di 12mila pratiche lavorate complessivamente dall’Inca. Tradotto: a Prato si registrano più pensionamenti che nascite a fronte di una popolazione che invecchia.
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