Lutto
Crisi infinita, crescono italiani e stranieri che chiedono aiuto ai centri della Caritas
Prato, nel 2018 è andata peggio che nel 2017: «Nonostante la leggera ripresa, i contratti precari e a chiamata non aiutano
PRATO. È l’instabilità economica, la precarietà quasi sistematica che non aiuta a rialzarsi del tutto. Il rapporto sulla povertà 2019 uscito appena pochi giorni fa della Caritas diocesana fotografa una Prato che ha ancora l’affanno per molte persone a risollevarsi dalla grande crisi economica di questi anni. Una situazione che vede una leggera ripresa rispetto agli anni più bui come il 2012 e a seguire, ma ancora si fa fatica a pensare che ci sia una soluzione. L’ultimo rapporto, stilato sui dati del 2018, evidenzia come anche le persone che non avevano più bisogno dei supporti della Caritas sono tornati a chiederli. Aumentano gli uomini che si rivolgono ai centri di ascolto in città, aumentano gli italiani (+6,6 %) e nel 2018 la Caritas ha registrato un crescendo dell’ 11 % delle persone che si sono rivolte alla strutture diocesane, in numeri circa ottomila persone. Sono invece 3.187 quelli che si sono rivolti ai centri di ascolto. Numeri che crescono, perché come dice Idalia Venco, direttrice della Caritas pratese, «anche di fronte ad una leggera ripresa, aumentano i contratti di lavoro precari o a chiamata che rendono il problema povertà difficile da avere una soluzione».
Il lavoro, uno dei cardini della dottrina sociale della Chiesa, anche se a volte non mancherebbe, si sta, però, caratterizzando a costi sempre più ribassati, una tendenza generalizzata ormai da anni. La città di un tempo, la Prato ricca di risorse economiche c’è sempre, ma sembra essere ad appannaggio di un numero sempre più ristretto di persone, con la forbice sociale che si allarga. Il sistema Mirod raccoglie dati dai 15 punti di ascolto della Caritas, da tre gruppi di volontariato della Conferenza di San Vincenzo, dall’associazione Giorgio La Pira e dall’ambulatorio per stranieri al centro Giovannini. Ne viene fuori un quadro a tinte non brillanti, in cui, appunto, «persone che si erano staccate dai centri Caritas perché avevano raggiunto una loro autonomia, nel 2018 sono tornate a chiedere aiuto. C’era anche chi aveva tentato di fare impresa e di aprire un’attività in proprio, e non ce l’ha fatta», conferma la direttrice della Caritas diocesana.
Tornando ai numeri, a crescere, nella richiesta di aiuto, sono i cittadini stranieri (+13,1%), mentre gli italiani, come si diceva, aumentano del 6,6%. In totale i cittadini stranieri che bussano alle porte della Caritas e dei centri di ascolto sono il 68%; di questi il 16% sono marocchini, il 13% nigeriani, l’11% albanesi e il 10% georgiani. A seguire le altre nazionalità. Fra queste anche i cinesi la cui richiesta di supporto è aumentata del 7 % in un solo anno. Addirittura , il bisogno di una casa è aumentato del 40%. E i problemi non finiscono qui. Nelle tante famiglie che sono state supportate dalla Caritas, si sono venuti a trovare 1.302 minori.
«Una quotidianità per ragazzi e ragazze che risulta complessa e difficile sia nelle relazioni familiari sia nei percorsi socio-educativi e formativi», hanno detto alla Caritas. E si corrono ancora altri rischi, quello dei “border line” che stanno per entrare nella povertà. A questo proposito il professor Gino Mazzoli, docente dell’Università cattolica ed esperto di welfare e processi partecipativi, parla senza mezzi termini di «una geografia della povertà che sta di nuovo mutando, e dobbiamo guardare non solo i poveri ma anche chi rischia di entrare nella povertà. E per far questo il tema delle reti sociali è fondamentale, occorre mettere in campo tante piccole azioni connesse tra loro: delle attività che abbiano una utilità evidente alle persone». Per Idalia Venco, infatti, il lavoro da compiere non è solo nell’aiuto economico, ma nel creare alveari di relazioni sociali dal condominio al proprio quartiere.
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