Sicurezza
Sopravvivere al cataclisma L’arte ci indica la strada
Si apre venerdì la rassegna del teatro Metastasio dedicata al mondo della scena Trenta compagnie proporranno performance, teatro, danza, workshop
«”Contemporanea” naviga nella dimensione del cataclisma che tutti stiamo vivendo. Non a caso da qualche anno l’ho intitolata “Vivere al tempo del crollo”». Così presenta la 19esima edizione del festival autunnale del teatro Metastasio il direttore artistico e inventore, Edoardo Donatini. «Il cataclisma è anche positivo: è un’accelerazione di tutto. Certamente crollano le sicurezze novecentesche, i paradigmi rimasti uguali per troppo tempo». La rottura avviene per gli individui, che si sentono persi, che vedono messi in discussione posizioni e ruoli che un tempo si sarebbero detti consolidati, il sistema politico-finanziario, le relazioni sociali. «E naturalmente – continua Donatini – il cataclisma condiziona l’agire dell’arte e degli artisti».
Non si parla più di teatro: siamo piuttosto in territori di confine tra la danza, la performance, l’attivismo politico, la ricerca documentaria che mette sotto una lente d’ingrandimento la realtà e la sua rappresentazione, portando in scena alcuni protagonisti dei fatti. È il caso, quest’ultimo, dei Rimini Protokoll, una delle compagnie più celebrate a livello internazionale, che il 21 settembre presenta al Metastasio alle 19 “Granma metales de Cuba”, un viaggio nella rivoluzione cubana attraverso le parole dei nipoti di quelli che la vissero. Il crollo, nel caso dell’arte, quindi, «non ha solo un significato negativo; il vecchio si deve distruggere per far germinare codici nuovi: è anche una liberazione».
“Contemporanea” è luogo di ricerche, in una tensione che dal passato si rivolge al futuro, partendo da urgenze del presente, si legge nella presentazione. Un esperimento, però, non campato sul nulla, ma radicato nella realtà pratese. Continua il direttore artistico: «I 20 anni trascorsi ci danno la sensazione che Prato sia passata da un’idea all’inizio non del tutto consapevole della necessità di puntare sul contemporaneo a una proiezione convinta».
D’altra parte, aggiungiamo, nel gioco dei sempre vivi e fecondi campanilismi toscani, bisogna distinguersi dall’allure tradizionale di Firenze.
Torniamo a dare la parola a Donatini: «Oggi tutti affermano con convinzione che Prato è la città del contemporaneo, del Pecci, di questo festival, di certi progetti e progettazioni. Per questo noi riteniamo il festival profondamente collegato al luogo dove è nato, alla sua comunità, agli incroci e alla trasversalità di linguaggi che ci attraversano».
Cosa si vedrà? Tante esperienze difficilmente definibili, trasversali appunto, compagnie straniere, titoli di artisti italiani in inglese, a indicare una internazionalizzazione delle pratiche, spettacoli clou come quello dei Rimini Protokoll, “Augusto” del Leone d’oro della Biennale Danza di Venezia (stroncatissimo da Franco Crodelli sul “La lettura” e perciò da vedere), lo spettacolo multimediale “Birdie” degli spagnoli Agrupacion Senor Serrano, stormi di uccelli in migrazione, minaccia come in Hitchkock e impegno civile a descrivere un mondo squassato da guerre e miseria (Fabbricone, 25 settembre).
Ci saranno studi, prime tappe di progetti, workshop, site-specific, azioni urbane di poesia, tutto il corredo di un movimento che non si ferma nell’opera finita, che piuttosto esplora, di continuo, la metamorfosi.
Torna una sezione che era stata importante per molti anni, «Alveare», poi abbandonata, tanti piccoli spettacoli per esplorare il movimento della creazione. «“Alveare” lavorava sul processo e non sull’opera, ma si era un po’ troppo confuso con il sistema di studi, anteprime, tappe di avvicinamento… L’ho ripreso, quest’anno, dedicandolo in modo esclusivo al pensiero delle artiste, che non sempre ha lo spazio che merita. Si confronta con gli stereotipi sulla donna che ancora ci affliggono, che è brava se è simile all’uomo, che è l’altra metà del cielo… “Alveare” chiede alle artiste una loro autonoma idea di libertà creativa, chiedendo a ognuna di scegliere un formato capace di esprimere le proprie urgenze». E così ci saranno testi, azioni, danze…».
Dal 20 al 28 settembre si incontreranno 30 compagnie. E si presenterà anche un libro collettivo, il 28, frutto di una riflessione svolta a molte voci negli anni scorsi su “La funzione culturale dei festival”. «Ho cercato di fare un festival per la comunità, portando opere sicure, belle, che descrivono questo nostro tempo attraverso gli sguardi sempre fuori dai ranghi, originali, degli artisti» .
Come Annamaria Ajmone, che con “No rama” (il giorno dell’apertura, il 20) muta il Fabbricone in un luogo abitato dove «i corpi si disintegrano in corpi celesti, si trasformano in piante, animali, minerali», un luogo che può sopravvivere ai cataclismi climatici, il posto di un futuro visto con gli occhi di chi tra i crolli non vuole rinunciare a qualche speranza.
* (critico teatrale)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
