Il dolore
Dita incrociate per la vendemmia 2019. «Quantità giusta e qualità ottima»
Gaddo Contini Bonacossi: «Si prevedono settantacinque ettolitri per ettaro». Il 60% della produzione è destinato all’export
CARMIGNANO. Incrociano le dita i viticoltori di Carmignano e di Poggio a Caiano. «I conti veri si faranno quando le uve sono in cantina» ripetono un po’ tutti: saggezza che arriva da antichi adagi popolari. Ma quella appena iniziata, se il tempo nell’ultimo mese non farà le bizze, si prospetta davvero come una buona vendemmia. E dunque sorridono in quello che, parlando di vino, è sicuramente il territorio più vocato di tutta la provincia e tra le eccellenze regionali. Si sono iniziate a tirar via a fine agosto le uve dello chardonnay, ovvero i bianchi. Ma Carmignano vuol dire soprattuto rossi. A ruota sarà così la volta del merlot, dell’alicante per chi ce l’ha, quindi il sangiovese, che è la base del Carmignano Doc e Docg, e per ultimo – non prima probabilmente del 10 ottobre – il cabernet, quel vitigno francese che dal Cinquecento si sposa in botte sulle colline medicee con il sangiovese appunto e che si narra che fu portato sul Montalbano da Caterina dei Medici quando era regina di Francia.
«Ci sono più uve che negli ultimi due anni» racconta Gaddo Contini Bonacossi dalla Tenuta di Capezzana. Ma è la quantità giusta. Ed anche la qualità è ottima: grappoli sani, indenni dal nubrifragio che invece si è abbattuto all’inizio dell’estate da Empoli fino a Certaldo, Cerreto Guidi e Montespertoli. «Nei campi meno esposti al sole le uve appaiono un pelino indietro nella maturazione, per via di una primavera un po’ fredda» racconta Fabrizio Pratesi, proprietario con la famiglia del podere Lolocco da cinque generazioni e presidente dei viticoltori carmignanesi. Ma la pioggia degli ultimi giorni, in fondo sperata, dovrebbe aver fatto bene.
«L’annata promette decisamente bene» aggiunge. E ci si attendono per i rossi gradazioni attorno ai tredici gradi e mezzo. Nel vicino Chianti, denominazione dove Carmignano era stato ricompreso nel 1932 e da cui si è affrancato all’inizio degli Settanta con un’autonoma Doc diventata poi nel 1990 Docg (seguita da altre tre Doc), hanno deciso di tagliare la produzione del dieci per cento, per tenere su i prezzi vista la flessione delle esportazioni l’anno scorso in Germania e negli Stati Uniti. Non è il caso del Montalbano pratese: la quantità qui non supera la domanda.
«Si prevedono settantacinque ettolitri per ettaro» calcola per la sua azienda ancora Gaddo da Capezzana. In tutto il consorzio, poco più di duecento ettari e undici produttori, la media nell’anno oscilla attorno al milione e mezzo di bottiglie. «Un milione arriva solo tra Doc e Docg» dice Pratesi. Numeri sostenibili. E problemi di esportazioni dunque non se ne intravedono, anche se naturalmente si guarda con attenzione a quello che succede oltralpe: più alle minacce americane sui dazi che alla Brexit. «Vedremo – allarga le braccia Pratesi – Siamo spettatori, per adesso la situazione è stabile. Nubi e timori dovrebbero però spingerci a riscoprire il mercato interno, che si consolida sempre di più».
Oggi il 60 per cento almeno della produzione finisce ancora in export. Di questo, nel caso di Capezzana, un terzo se ne va negli Stati Uniti, poi Germania, Gran Bretaglia, Canada e Giappone; ma le proporzioni non sono troppo diverse nelle altre fattorie, anche se cambiano i numeri. Ci sono infatti nel piccolo ma blasonato consorzio grandi aziende come Capezzana ed Artimino, e più estese, ed altre più molto più piccole. Ci sono le storiche Ambra e Castelvecchio. Imbottiglia Carmignano a San Biagio Pocaterra, il notaio della tramissioni a premi Rai. L’elenco prosegue con l’apprezzato Piaggia, Pratesi, il Sassolo, La Borriana, Pierazzuoli e Allocco. La fattoria di Bacchereto da qualche anno è uscita.
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