Il Tirreno

Prato

Energia e follia visionaria: Prato si diverte con gli Eels e i Flaming Lips - Foto

di Lorenzo Mei
Energia e follia visionaria: Prato si diverte con gli Eels e i Flaming Lips - Foto

Tre ore di musica in piazza Duomo. I due gruppi non deludono i fans e il concerto diventa una festa

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PRATO. L’energia e il set “tirato” degli Eels, la follia visionaria e circense dei Flaming Lips. La serata di domenica 1° settembre in piazza Duomo si potrebbe sintetizzare così: due concerti diversi fra loro, circa tre ore di musica (con un cambio palco impegnativo) che hanno divertito il pubblico e lo hanno mandato a casa ringiovanito di qualche anno, dopo più di un’ora passata a giocare con i grandi palloni gonfiabili e coloratissimi lanciati dai Flaming Lips nel parterre. È stata giustissima la scelta di far suonare prima gli Eels, che avevano uno show senza concessioni all’estetica ma una bella voglia di suonare e un mix di grinta e ironia che non è sempre scontato con Mark Oliver Everett, qualcosa di più del leader di una band che gli calza come un guanto.

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Inizio inconsueto: non è proprio un classico che un gruppo con 25 anni di carriera alle spalle cominci con le cover, invece partenza con gli Who di “Out in the street”, e poi “Raspberry Beret” di Prince. Mr E., lo pseudonimo di Everett, è sembrato subito a proprio agio. Barba corta, occhiali d’ordinanza e giacca di jeans chiusa fino all’ultimo bottone, ha guidato una performance più “rock” che “soft rock” per stare a due definizioni con cui gioca nei concerti. Ha aperto la rivisitazione del suo canzoniere con “Bone Dry”, dall’ultimo “The Decostruction” (2018), ma poi ha accontentato gli ascoltatori di lunga data con alcune delle tappe più amate: da “Daisies of the Galaxy” a “My beloved monster”, da “Novocaine for the soul” a “I like birds”, senza dimenticare tra le altre “Mr E’s beautiful blues” e “Blinking lights”, inserita in un medley con “Love & mercy” di Brian Wilson, prima di lasciare la scena mentre la band citava “The end” dei Beatles.

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Che dai Flaming Lips ci fosse da aspettarsi qualcosa di diverso si è capito nell'intervallo, quando ai lati del palco sono comparsi due grossi funghi gonfiabili. E in effetti, fin dalle prime note (anche qui una 'cover': “Also sprach Zaratustra Op. 30" di Richard Strauss) il pubblico è stato coinvolto in un grande gioco che, andando ben oltre la soglia del kitsch, è risultato molto divertente. Centinaia di palloni gonfiabili che rimbalzavano sulle teste degli spettatori, visual che comparivano su una cascata di fili luminescenti, lanci di fumo, piogge di coriandoli argentati. Per non parlare delle coreografie, come il gigantesco androide ballerino (anche quello gonfiabile) usato per “Yoshimi battles the pink robots”, o l’entrata di Wayne Coyne su un unicorno luminoso per “There should be unicorns”. Molto toccante l’interpretazione di “True love will find you in the end”, gioiello di Daniel Johnston, in un set di circa un’ora e mezzo, con una decina di brani della band tra cui “Race for the prize”, “Feeling you disintegrate”, “All we have is now” e “Do you realize?”, subito dopo una “Somewhere over the raimbow” cantata da Coyne dentro l’ennesimo pallone gonfiabile (trasparente) che rotolava sulle mani dei fan. Tutto eccessivo, delirante, ma anche divertente e autoironico, oltre che musicalmente (a parte la voce in riserva) ineccepibile.

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