Sicurezza
Fa paura il salario minimo europeo
I produttori di Prato che hanno delocalizzato temono che la proposta di Angela Merkel faccia aumentare i costi
prato. Trump lo temono per i dazi doganali sulle importazioni dalla Cina. Mano tesa a Macron dopo la protesta dei Gilet gialli che ha messo a ferro e fuoco le vetrine della moda. La Merkel invece fa paura quando a Bruxelles propone il salario minimo europeo per tutti i paesi comunitari. Sì, anche quelli dove negli ultimi venti anni i produttori pratesi di filati hanno aperto una seconda fabbrica, più o meno delocalizzando: Romania e Polonia. Tra questi, Igea, Industria Italiana Filati e Filpucci. . Gli asiatici. La geopolitica riecheggia dietro le quinte dell’edizione numero 85 di Pitti Filati, quella che ieri mattina ha aperto i battenti con la coda ai cancelli e un’attesa media di un’ora e mezza per entrare. «Il 2018 è stato un anno molto buono, nel 2019 stiamo subendo gli effetti della geopolitica», tuona Giampaolo Bruni di Ilaria Manifatture Lane, una delle realtà più creative nel distretto. Si respirava un’aria frizzante fra intrecci di alpaca, cashmere e lana, assaggi di look invernale che indosseremo nel 2020 quasi a sfidare il caldo di questi giorni. Fra gli stand dei 30 pratesi in fiera, si sono visti diversi giapponesi, coreani, cinesi. A fare shopping di filato “made in Prato”, tanti big della moda nostrana come Armani e Max Mara mentre per le fasce “medie” il gruppo Inditex rappresenta sempre una garanzia.
Bentornato mohair! E pensare che alcuni brand l’avevano messo all’angolo in nome di una filosofia “animal friendly”. Ma a Pitti il mohair è vivo è vegeto più che mai. Quello certificato targato Filpucci va a ruba, in barba all’aumento dei prezzi per questa fibra che viene pagata anche 10 euro al chilo. Prezzi lievitati in un anno del 30-40%. «È come se le denunce degli animalisti avessero sortito l’effetto opposto, ovvero l’incremento dei nostri volumi di mohair», osserva Federico Gualtieri di Filpucci.
Occhi a est. Salario minimo nell’Ue? No, grazie. Secondo Stefano Borsini, patron della manifattura Igea che nel 2000 aprì una filatura in Polonia, la discussione in corso a Bruxelles sposta all’indietro le lancette della Storia. «Negli anni ’70 si discuteva in Italia di “gabbie salariali” con il risultato che l’industria non ha mai investito nel Sud non trovandola conveniente. I salari andrebbero sempre rapportati al costo della vita. Che in Polonia e in Romania è più basso. Il salario minimo mi costringerebbe a chiudere la fabbrica in Polonia». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Filpucci che, in partecipazione con Industria Italiana Filati, ha aperto nel 2004 l’Industria Filati Buzau a 150 chilometri da Bucarest. All’epoca si trattò di rilevare una vecchia lavorazione di filati per aguglieria. «Rispetto all’Italia – fa notare Gualtieri – in Romania il costo lordo a lavoratore è sei volte meno». —
Maria Lardara
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