Il Tirreno

Prato

Pecci, Perrella: «Le discoteche come forma d’avanguardia d’arte»

Riccardo Tempestini
Pecci, Perrella: «Le discoteche come forma d’avanguardia d’arte»

La direttrice spiega com’è nata l’idea di ospitare una mostra che esplora molteplici linguaggi

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PRATO. Fino al 6 ottobre il Centro Pecci si presenta come un’insolita mega- discoteca, per raccontare la storia del clubbing con film, foto, manifesti, opere, installazioni luminose e sonore, allestite per la mostra “Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today”.

Direttrice Cristiana Perrella, dopo lo sport ora tocca alla “club culture” dagli anni 60 ad oggi, perché questa scelta?

«Prima di tutto perché l’attenzione alla musica e alle varie espressioni culturali ad essa connesse è parte del Dna del Pecci, museo che da sempre esplora i molteplici linguaggi della creatività e le loro intersezioni. Già nel 2011, una mostra, “Live!” curata da Luca Beatrice e Marco Bazzini, aveva affrontato i rapporti tra musica e arte focalizzandosi sul rock. Ora con “Night Fever parliamo di un altro ambito musicale, altrettanto popolare, quello legato alle discoteche, luoghi che, a partire dagli anni Sessanta diventano “opere d’arte totali”, in cui le forme più d’avanguardia dell’architettura, del design, della moda, dell’arte visiva -oltre alla musica, naturalmente- si fondono dando vita a veri propri epicentri della sperimentazione e insieme dell’intrattenimento. Oltre che a dare continuità a una linea di ricerca che da sempre appartiene al museo la scelta di portare questa mostra al Pecci è dettata però anche dal desiderio di rivolgersi ad un pubblico sempre più vasto, mostrando come l’arte non sia un mondo chiuso e autoreferenziale ma possa invece avere legami, con attività, interessi, passioni che appartengono alla vita di tutti, come appunto lo sport, o la musica dance. Dentro un museo si può giocare a ping pong oppure ballare, e allo stesso tempo, nel praticare queste attività attraverso il filtro dell’arte, si può riflettere su temi importanti, come la nostra relazione con gli altri, il futuro che ci aspetta, oppure il bisogno di libertà di espressione».

Una mostra prodotta dal Vitra per Art Basel 2018, ma al Pecci come si presenta?

«Si, al Pecci abbiamo approfondito la sezione che da l’avvio alla mostra, quella sui Piper italiani degli anni Sessanta. La Toscana ha visto nascere alcune delle espressioni più innovative e interessanti in questo senso, con i locali realizzati dagli architetti radicali come lo Space Electronic dei 9999 e il Mach 2 di Superstudio a Firenze o il Bamba Issa degli Ufo a Forte dei Marmi. Abbiamo lavorato con gli archivi dei vari gruppi a capire il perché ci fosse stata in quegli anni questa incredibile vivacità nel nostro territorio e a ritrovare testimonianze inedite di quegli anni».

Far venire i giovani al museo non è facile. Perché ?

«Perché per anni nel nostro paese è passato il messaggio che la cultura è noiosa. Invece io credo che possa essere molto divertente e coinvolgente».

Lei voleva ospitare una mostra sul 5 G: ci ha ripensato?

«No, ci sto lavorando. Non sul 5 G ma sul rapporto con le nuove tecnologie e su come queste ci hanno cambiato. Un tema enorme, su cui l’arte può dire molto». —

Riccardo Tempestini

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