Il Tirreno

Prato

il caso 

Vannucci messo alla prova alla fondazione Santa Rita

Vannucci messo alla prova alla fondazione Santa Rita

Via libera del giudice alla misura per l’assessore che era stato indagato per i lavori allo stadio. I suoi avvocati: «Chi ha voluto la gogna mediatica?»

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prato. Il giudice per le indagini preliminari Francesca Scarlatti ha dato il via libera al programma di messa alla prova chiesto dai legali di Luca Vannucci, nominato mercoledì assessore allo Sport della giunta Biffoni. Vannucci è stato indagato nel 2017 dai sostituti procuratori Lorenzo Boscagli e Lorenzo Gestri nell’inchiesta sulle presunte irregolarità nei lavori di ristrutturazione dello stadio Lungobisenzio. In prima battuta gli furono contestate le accuse di corruzione e omessa denuncia. Successivamente l’accusa di corruzione è caduta ed è rimasta quella di omessa denuncia. Secondo la Procura Vannucci sarebbe stato a conoscenza delle irregolarità (la mancanza dell’autorizzazione all’inizio dei lavori da parte della società Castelnuovo Lavori) e non avrebbe denunciato la circostanza nella sua qualità di pubblico ufficiale (era consigliere delegato allo Sport, carica da cui si è poi autosospeso). Nel corso delle indagini Vannucci ha proposto alla Procura la misura della messa alla prova e i magistrati hanno dato parere favorevole, ribadito nell’udienza di ieri di fronte al giudice Scarlatti. Vannucci lavorerà per tre mesi, sei ore alla settimana, alla Fondazione Santa Rita. Intanto i difensori di Vannucci, gli avvocati Alberto Rocca e Michele Nigro hanno diffuso un comunicato sulla vicenda. «Cari amici ciornalisti - si legge nella nota - voglio chiarirvi e soprattutto chiarire ai lettori cosa sia la messa alla prova, cosa sia l’uso dell’istituto in indagine e cosa comporterebbe l’accusa ipotizzata a carico di Vannucci in caso di sua conferma a seguito di un processo di cognizione. Partiamo dal fondo: la condanna prevista è la multa. Scrivetelo per favore: solo una multa. La messa alla prova poi è una non condanna ed una non assoluzione. L’accusa non prova la colpevolezza, la difesa rinuncia a ricercare l’assoluzione. Infine la fase: abbiamo scelto di farlo subito, rapidamente, per praticità e senso concreto delle soluzioni giudiziarie moderne. È stato fatto in fase di indagine, cioè prima ancora che venisse formalizzata l’accusa mediante capo di imputazione, cioè in ambito di riservatezza ove si procede a porte chiuse e non a caso ma perché si ritiene per legge di non renderlo pubblico, ovvero che non sia necessario. Proprio pochi mesi fa la Corte Costituzionale ha sancito, ed il suo detto legis habet vigorem, che l’esito non può essere annotato nel certificato penale. Non si può! Invece, ecco comparire con ampio risalto sugli organi di stampa quanto la Corte non vuole compaia nei certificati a disposizione dei privati, quanto la legge non consente sia portato a pubblica conoscenza con una udienza aperta a tutti! Chi vuole e perché questa inutile gogna con tanto di fotografia? Foto non pubblicata quando avvenne l’archiviazione dal grave reato di corruzione». —

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