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Tribunale 

Fischi a prefetta e questore, caso archiviato

Paolo Nencioni
Fischi a prefetta e questore, caso archiviato

Per la Procura la contestazione alla festa del 25 aprile fu una forma di legittimo dissenso. I magistrati citano Calamandrei

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prato. Il dissenso non è un reato. Sembra superfluo doverlo ribadire, ma è questa la considerazione che ha spinto il procuratore Giuseppe Nicolosi e il sostituto Gianpaolo Mocetti a chiedere l’archiviazione del fascicolo aperto dopo la denuncia a carico di ignoti presentata dal questore Alessio Cesareo, che ipotizzava il vilipendio della Repubblica e delle istituzioni costituzionali a carico di coloro che, durante la celebrazione del 25 aprile in piazza delle Carceri, fischiarono la prefetta Rosalba Scialla e lo stesso Cesareo, colpevoli di non aver vietato la manifestazione neofascista di Forza Nuova il 23 marzo, nel centenario della fondazione dei Fasci italiani di combattimento.

In queste settimane il sostituto Mocetti ha esaminato le immagini raccolte dalla Digos in piazza e ha concluso che in questo caso siamo di fronte a un “legittimo dissenso”, come accade spesso nelle piazze. Nessun vilipendio, dunque. Nei cartelli esposti dai contestatori, spiegano in Procura, non c’è traccia di offesa a nessuno. C’è una legittima critica all’operato di prefetto e questore, con cui si può essere o meno d’accordo, ma nessuno finirà davanti a un giudice per questo motivo. Anche perché, giudicando con lo stesso metro, da domani in Tribunale ci sarebbe mezza Italia.

Nella richiesta di archiviazione i magistrati citano anche l’epigrafe rivolta da Piero Calamandrei al generale tedesco Albert Kesselring, l’ufficiale nazista condannato a morte per crimini di guerra ma poi liberato nel 1952 per motivi di salute. L’ufficiale dichiarò che gli italiani avrebbero dovuto essergli grati e dedicargli anche un monumento. Calamandrei gli rispose con un componimento che si conclude con queste parole: “Su queste strade se vorrai tornare ai nostri posti ci ritroverai, morti e vivi collo stesso impegno, popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre Resistenza”. È uno degli slogan che sono stati urlati e scritti sui cartelli il 25 aprile in piazza delle Carceri. La questore nel telex urgente inviato al ministero dell’Interno dopo la contestazione aveva parlato di “frasi considerate non rispondenti alla solennità della manifestazione” aggiungendo che i cori dei contestatori “sono consistiti nel chiedere le dimissioni del prefetto e nell’intonare alcuni canti tipici della lotta partigiana”. La prefetta, che peraltro ha preso le distanze dall’iniziativa del questore augurandosi che nessuno venisse denunciato, per timore di altre contestazioni il 2 giugno ha celebrato la Festa della Repubblica al chiuso. Non si ricordano precedenti. —

Paolo Nencioni

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