La manifestazione
La rivolta dei pakistani si allarga a macchia d’olio
La D.L. ha fatto da apripista, poi è toccato alla tintoria Fada e alla Gruccia Creation. «Non chiediamo la luna, ma solo un incontro in prefettura e i diritti garantiti»
PRATO. «Luca e Sarah, venite. Ci stanno facendo spostare». Il cellulare del sindacalista squilla: al telefono è la voce di un operaio. Fino a pochi minuti prima, le bandiere dei Sì Cobas sventolavano davanti al palazzo della prefettura in via Cairoli. Luca Toscano e Sarah Caudiero si trovano pochi metri più indietro, in piazza del Comune. A piedi si precipitano in via Cairoli: il presidio dei manifestanti viene dirottato in piazzetta Banci Buonamici e una ventina di operai ha di fronte un cordone di poliziotti che cerca di tenerli a debita distanza dal palazzo della prefettura.
Questo è il quarto giorno di sciopero dei Sì Cobas per difendere i lavoratori della tintoria Fada, una delle aziende cinesi più strutturate nel distretto. Non ai cancelli della tintoria di via di Gello, ma davanti alla sede della prefettura. Al grido di “sciopero, sciopero”, gli operai pachistani alzano la voce. Non chiedono la luna, rivendicano solo i propri diritti. Che sono quelli di poter lavorare cinque giorni su sette, 40 ore alla settimana. E invece loro, gli operai della Fada, raccontano di farne 84. Zero ferie e malattie pagate, sette giorni su sette a tingere pezze. Il sindacalista Toscano, colpito insieme alla collega Sarah Caudiero da un foglio di via emesso dalla questura, afferra un megafono per spiegare la loro presenza davanti alla prefettura.
«A Prato qualcuno s’è dimenticato che la Costituzione garantisce il diritto di sciopero e manifestazione. Incombe una minaccia sulla democrazia su questa città. Siamo qui solo per chiedere un tavolo in prefettura, affinché nelle tintorie di Prato vengano rispettate le leggi». Martedì aveva protestato anche il titolare della Fada, l’imprenditore Yu Zhang. «Non mi fanno lavorare», aveva gridato inginocchiandosi a terra con tanto di cartello. Ma in ginocchio i 35 operai pachistani che in questi giorni scioperano (la tintoria Fada dà lavoro a una cinquantina di persone) raccontano di esserlo da anni, facendosi sfruttare con contratti part time che mascherano invece rapporti a tempo pieno. La loro lotta si sta espandendo a macchia d’olio.
Prima la tintoria D.L., poi la Fada sempre a San Giusto dove lo sciopero andrà avanti ad oltranza. Ma da lunedì il copione è lo stesso anche nella ditta Gruccia Creations, a Grignano, dove nove operai pachistani sono iscritti ai Sì Cobas. Alcuni di loro risultano a nero, perciò lo sciopero va avanti lì. La vertenza Fada è quella più delicata perché coinvolge una delle prime tintorie di tessuti in pezza e in capo con gli occhi a mandorla che hanno messo radici nel distretto dieci anni fa, nei capannoni dell’ex Fedora. «Da parte dell’azienda – racconta Sarah Caudiero - non c’è stata nessuna apertura al dialogo o ipotesi di trattativa. Anzi, il datore di lavoro piange miseria per lo sciopero ma non ha nessuna intenzione di ascoltare le nostre richieste. Noi non abbiamo problemi a sederci al tavolo, non dovrebbe averli nemmeno il titolare se è vero – come sostiene – che non sfrutta i suoi operai».
La prima reazione in ordine di tempo alla vicenda Fada è arrivata dai 5Stelle. «Dispiace constatare l'assenza e il silenzio del sindaco Biffoni tuttora in carica – scrive Silvia La Vita – forse troppo occupato ad organizzare il porta a porta per il prossimo ballottaggio. Questa città deve essere sempre dalla parte di chi è sfruttato, della legalità e dei diritti».
Rossi annuncia controlli con Asl e Ispettorato
«La tutela dei diritti, l'osservanza delle normativa sulla sicurezza, il rispetto dei contratti e degli orari di lavoro, sono questioni fondamentali, sui cui la Regione Toscana è attiva e combatte da tempo, con coerenza e determinazione, assieme ad altri settori della pubblica amministrazione». Così è intervenuto il presidente della Regione Enrico Rossi a proposito delle manifestazioni di questi giorni a Prato. «Se ci sono operai che denunciano di lavorare 12 ore al giorno, sette giorni su sette, senza il riconoscimento di ferie e malattie è bene che su questa situazione si accenda un faro, che si chiarisca tutto al più presto». Per questo il presidente si è sentito col responsabile del "Progetto lavoro sicuro" dell’Asl: insieme hanno deciso di organizzare con l'Ispettorato del lavoro un intervento concertato.
La Cgil: «Il sistema di illegalità non è stato per nulla intaccato»
La Cgil di Prato manifesta la propria solidarietà ai lavoratori della Fada in sciopero e «condanna come inammissibile che, nel 2019, si debba arrivare a sdraiarsi davanti all’azienda nella quale si lavora per vedere riconosciuti i propri diritti – si legge in un comunicato – Ribadiamo però che ciò accade perché il sistema illegale non è stato minimamente intaccato, perché lo sfruttamento dilaga, grazie a professionisti che si occupano di dargli copertura formale, grazie all’irresponsabilità di chi affitta i capannoni, grazie alla mancata applicazione delle leggi sulla responsabilità solidale e sullo sfruttamento lavorativo».
«E tutto ciò – prosegue la Cgil – malgrado il sistema sia stato da noi denunciato da tempo e minuziosamente descritto nel protocollo firmato da tutte le organizzazioni sindacali e datoriali. Protocollo che ha prodotto un successivo piano di intesa, sotto l’egida del prefetto, che ha coinvolto tutti gli organi di controllo e i Comuni della provincia per condividere tutte le informazioni in loro possesso e fare controlli mirati. Siamo addirittura arrivati a chiedere un incontro a Di Maio per proporre Prato come laboratorio per il contrasto all’illegalità e, visto che non abbiamo avuto risposta, siamo in attesa della discussione in Parlamento di una interrogazione che abbiamo chiesto di fare ai parlamentari pratesi».
«Si è prodotta una regressione di civiltà che ci riporta indietro di cento anni – conclude la Cgil – L’unica risposta possibile è l’applicazione delle leggi. A tutto questo era necessario rispondere con la dovuta severità prima di reprimere la protesta, non certo immotivata, dei dipendenti della Fada».
Marini (Confindustria): «Le verifiche sul lavoro sicuro non bastano più»
Secondo Confindustria «non c'è da stupirsi per quello che succede alla tintoria Fada. Non conta la nazionalità né di titolari né di lavoratori: quando sussistono situazioni di illegalità come quella che sembra esserci in quella impresa si creano tensioni che possono sfociare in proteste. Il caso-Fada deve costituire uno stimolo a tenere alta l'allerta sul tema della legalità nel conto terzi tessile. Rifinizioni, tintorie, stamperie, ma anche filature e altre lavorazioni devono diventare delle "osservate speciali", a tutela della filiera tessile sana del distretto».
«Non possiamo né vogliamo entrare nel merito della vicenda Fada, di cui ovviamente ignoriamo le specificità – commenta il vicepresidente di Confindustria Toscana Nord Francesco Marini – Tuttavia quello che sta accadendo è l'ennesimo preoccupante segnale che viene da un comparto strategico per Prato. L'impegno per il lavoro sicuro è stato ed è importante: lo sosteniamo ritenendolo un passaggio fondamentale sulla via del recupero della legalità. Però bisogna cominciare a dire che questo genere di verifiche non basta. Quello che succede nelle aziende ha tanti aspetti in cui si possono riscontrare irregolarità, che a loro volta generano concorrenza sleale. Intensificare gli sforzi non è più un'opzione: ormai è una necessità urgente».
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