Il Tirreno

Prato

rogo mortale 

Assolti dalla Cassazione «Proprio come all’Aquila»

Francesco Albonetti e Massimo Donati
Il sostituto procuratore Lorenzo Gestri e il procuratore capo Giuseppe Nicolosi
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Il sostituto procuratore Lorenzo Gestri e il procuratore capo Giuseppe Nicolosi

Il legale dell’immobiliare proprietaria del capannone: i giudici della Suprema corte hanno probabilmente seguito la tesi adottata nel processo per il terremoto

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PRATO. «Rispettiamo la decisione della Cassazione e aspettiamo le motivazioni che hanno portato all’annullamento della condanna nei confronti dei proprietari. Ma la nostra linea non cambia». Così si pronuncia il procuratore capo Giuseppe Nicolosi dopo la sentenza della Cassazione, che annulla la condanna a 4 anni di carcere della Corte d’appello nei confronti di Giacomo e Massimo Pellegrini, proprietari del capannone di via Toscana dove, il primo dicembre 2013, sette operai cinesi della Teresa Moda rimasero uccisi nell’incendio che scoppiò all’interno della confezione.

C’è scoramento in Procura, perché con l’assoluzione dei proprietari viene messo in discussione l’impianto accusatorio del pm Lorenzo Gestri, titolare dell’inchiesta, secondo il quale i proprietari italiani dei capannoni sono responsabili quanto i titolari delle aziende, qualora vengano disattese le norme di sicurezza, soprattutto con esisti tragici come quello della Teresa Moda o dell’analogo caso dei morti nel rogo della fabbrica realizzata nella mansarda di un’abitazione alla Tignamica. Episodio per il quale, peraltro, la proprietaria dello stabile ha patteggiato.

«La sentenza della Cassazione per noi non significa mettere una pietra sopra alle inchieste sul “sistema Prato” di cui la Teresa Moda ha rappresentato un caso pilota a livello nazionale – ha detto ancora Nicolosi - E non andrà interpretata come una sentenza che fa scuola, che si traduce in un’immunità garantita per tutti i proprietari». In attesa delle motivazioni dellla quarta sezione della Cassazione, è più che probabile che i giudici abbiano sposato in pieno la tesi difensiva sostenuta, fin dall’inizio, dall’avvocato Andrea Niccolai, difensore della immobiliare Mgf (citata in giudizio in qualità di responsabile civile), e dei legali che si sono succeduti nella difesa dei fratelli Pellegrini (in ultimo Domenico Naso).

«La teoria dei giudici di primo e secondo grado – spiega l’avvocato Niccolai, del foro di Pistoia – era che i proprietari avessero consegnato un bene non idoneo all’uso e che questa condotta avesse concorso a causare l’evento morte (secondo la procura anche l’incendio). Io ho sempre sostenuto che era stato consegnato un bene che non presentava una pericolosità intrinseca: non aveva il tetto pericolante, o la caldaia difettosa, per capirsi. La posizione di garanzia del proprietario non può essere coinvolta nelle responsabilità del datore di lavoro.

In quell’azienda mancavano i presidi antincendio, c’era un carico incendio enorme a causa dei materiali accumulati, c’era un impianto elettrico assolutamente inadeguato... E in più era stato realizzato, dagli stessi cinesi, quel soppalco poi destinato a dormitorio. Per quello che viene fatto all’interno, è onere del conduttore e del datore di lavoro rispettare le norme. Penso che la Cassazione abbia applicato tale concetto, assolvendo gli imputati perché il fatto non sussiste. Il presidente della 4ª sezione, Salvatore Dovere, è tra l’altro l’estensore della sentenza con cui la Cassazione ha assolto buona parte di coloro che erano stati condannati per le responsabilità della Commissione grandi rischi nel processo per il terremoto dell'Aquila. Sentenza che è stata uno dei miei punti di riferimento».

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