Il dolore
Teresa Moda, la Cassazione assolve tutti
Annullata senza rinvio la sentenza di secondo grado che condannava i due proprietari dell’immobile incendiato
PRATO. La Cassazione annulla la sentenza di secondo grado senza rinvio. Dunque per la suprema corte i fratelli Giacomo e Massimo Pellegrini non sono colpevoli per la morte dei sette operai cinesi nell’incendio della confezione Teresa Moda di via Toscana, il 1° dicembre 2013. Giovedì 23 a tarda sera è arrivata la notizia della decisione della Cassazione che annulla la sentenza della terza sezione penale della Corte d’Appello di Firenze, che aveva condannato i due immobiliaristi pratesi (rappresentati dall’avvocato Naso di Roma, mentre l’avvocato Andrea Niccolai rappresentava la società) a 4 anni di reclusione per il reato di omicidio colposo plurimo aggravato, assolvendoli invece da quello di incendio colposo, riducendo così la pena inflitta loro in primo grado (6 anni e 6 mesi).
Confutata quindi la tesi dalla Procura di Prato, secondo la quale i due proprietari del capannone di via Toscana erano perfettamente a conoscenza che l’immobile non rispettava le norme di sicurezza quando fu affittato a una prestanome cinese. Per poi tollerare il mancato rispetto delle cautele anti-infortunistiche, continuando a riscuotere l’affitto dai gestori di fatto della confezione, le sorelle Lin Youlan e Lin Youli, condannate rispettivamente in primo grado a 8 anni e 8 mesi e a 6 anni e 10 mesi (pene poi confermate in Cassazione).
Una sentenza quella di giovedì che dunque non conferma l’assunto secondo il quale i proprietari italiani dei capannoni non a norma che affittano ai confezionisti cinesi senza scrupoli in cambio di canoni spesso superiori a quelli di mercato (o comunque non proporzionati allo stato dei luoghi) saranno chiamati a rispondere dei reati commessi all’interno di quei capannoni.
I sette operai cinesi vittime del tragico rogo erano morti tutti per intossicazione da monossido di carbonio e da cianuro, sprigionato per la combustione di stoffe di nylon. Ad accertarlo erano stati i medici legali incaricati dalla procura di eseguire l’autopsia. Ma non erano morti nel sonno, si erano resi conto di ciò che stava accadendo. Avevano cercato di fuggire da quel capannone diventato per loro una gabbia mortale. I loro corpi erano stati infatti stati trovati laddove era finito il loro tentativo di scappare alla morte. Ma tutte le vie di fuga erano ostruite e la scala – pare il punto da dove era partito l’incendio – era fin da subito impraticabile per via delle fiamme.
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