Attenzione
Addio al “Macchinone”. Scompare un pezzo di storia
Viene demolito l’ex lanificio Canovai, edificio simbolo della storia industriale Il sindaco Bosi: «Dopo il crollo non ci sono più le motivazioni per un recupero»
VAIANO. Dopo più di 150 anni di storia, In questi giorni un “gigante” della Vaiano che fu sta scomparendo per sempre e tra poche settimane sarà solo un ricordo nella mente delle persone più anziane o un’immagine sbiadita in qualche foto d’epoca. Si tratta dell’ex lanificio Canovai, edificio simbolo della storia industriale vaianese, che da poco più di una settimana è oggetto di una demolizione che lo raderà al suolo (almeno il suo nucleo più antico). Costruito intorno al 1860, per volere del reverendo Santi Bardazzi di Vaiano, e affittato dall’imprenditore ebreo David Alphandery, passato poi a fine ‘800 ai Cangioli e nel 1940 a Roberto Canovai, quello che è presto diventato per tutti i vaianesi “il Macchinone” (tanto da dare tale nome ad una via adiacente) ha fatto la storia del paese – e non solo, dato che fu tra le prime aziende a meccanizzare, nella seconda metà dell’Ottocento, il processo tessile – dando lavoro nel periodo del suo massimo splendore anche a 300 operai, ma il tempo non gli ha lasciato scampo e la sua parabola è giunta al termine.
L’edificio, di proprietà di privati, lo scorso 28 dicembre aveva subito un importante crollo (cedimenti minori si erano già verificati in passato), che aveva fatto venire giù buona parte della copertura e parte della facciata e costretto ad evacuare tre famiglie residenti nelle vicinanze. I seguito all’evento si è tentato di “rianimare” il gigante, ipotizzandone un recupero, ma le condizioni dell’edificio erano ormai troppo precarie (tanto che sarebbe stato pericoloso lavorarci dentro) ed è stato dunque dato il via alla demolizione. «È un pezzo di storia che scompare definitivamente – commenta l’architetto Giuseppe Guanci, esperto di archeologia industriale, che ha studiato a lungo l’ex Canovai –. È una pugnalata al cuore, perché il Macchinone era la fabbrica più antica non solo della Valbisenzio ma anche di Prato, intesa nel senso moderno del termine (escludendo cioè gli opifici pre industriali). D’altra parte il tempo non aspetta e gli edifici, come le persone, invecchiano e se si lasciano andare arrivano ad un punto di non ritorno. Perciò il dispiacere c’è, ma c’era anche un problema di incolumità pubblica: due cose mal conciliabili. Dev’essere stata una decisione difficile». Guanci negli anni passati aveva lavorato, insieme alla proprietà, ad una piano di recupero dell’ex lanificio, che individuava varie soluzioni, tra cui anche quella di realizzarvi un loft hotel. «Ma non si è presentato nessuno per l’acquisto – racconta Guanci –. Ci sarebbe voluto un investitore, un’impresa che “sposasse” il progetto e fosse in grado di attuare un intervento sistematico e strutturale».
Tra i pregi dell’edificio figurava anche una copertura in cemento armato – risalente all’ampliamento del 1925 – progettata da un giovane Pier Luigi Nervi. «Certo il dispiacere c’è – commenta il sindaco Primo Bosi –. Proprio per tenere conto della storicità dell’edificio, il regolamento comunale prevedeva la ricostruzione fedele dello stabile. Ma dopo il crollo purtroppo non sussistono più le motivazioni per un recupero. Perciò quella della demolizione ci pare la soluzione più affrontabile, soprattutto in materia di sicurezza. In questo modo si va inoltre verso un ripensamento anche dal punto di vista urbanistico dell’area, che può essere strategica perché centrale». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
