Il Tirreno

Prato

Da Betlemme a Parigi, Piacenti: "Due simboli dell’arte e della cristianità"

di Azelio Biagioni
L'incendio della cattedrale di Notre Dame a Parigi
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L'incendio della cattedrale di Notre Dame a Parigi

Il restauratore immagina quali potrebbero essere i primi passi da muovere per la ricostruzione della cattedrale di Notre Dame danneggiata dall'incendio

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PRATO. «È stato un colpo allo stomaco». Così Giammarco Piacenti sul terribile incendio che ha colpito la cattedrale parigina di Notre Dame. Il pratese Piacenti, Ceo della Piacenti spa, è uno dei nomi più importanti del panorama mondiale per quanto riguarda l’attività di progettazione ed esecuzione nel campo del restauro e della conservazione di edifici tutelati, complessi monumentali e beni di interesse storico – artistico. Fra i tanti interventi si annovera quello del restauro della basilica della Natività a Betlemme, sicuramente la chiesa più importante al mondo. Piacenti è anche presidente della fondazione istituto internazionale di storia economica “Datini”.

Giammarco Piacenti lunedì sera ha visto, come tanti, in televisione le impressionati immagini delle fiamme mentre divoravano il tetto della cattedrale parigina. Quella spessa nube di fumo, mentre sotto il fuoco ardeva e si portava via pezzi di storia. «La Cattedrale di Notre Dame è sicuramente uno dei simboli dell’arte e della cristianità in un’Europa malata – racconta Piacenti – È il simbolo della Francia e fa davvero male vedere quanto è successo».
Il fuoco ha distrutto il tetto della cattedrale. L’interno era formato da volte a crociera e non c’erano affreschi. Crollata anche la guglia, immagine ripresa da quanti assistevano impotenti davanti al fuoco che avvolgeva quel simbolo e che da lì a poco sarebbe finito per essere più nulla.

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Piacenti, adesso qual è la prima cosa da fare?

«Va preso atto dello stato di fatto della struttura. Ovvero eseguire un’analisi propedeutica al progetto per rifare quanto è crollato. Faccio un esempio banale ma che rende l’idea: è come chi deve sottoporsi ad un intervento chirurgico, prima deve aver fatto le analisi del sangue. Ecco, per la cattedrale è un po’la stessa cosa, devono essere valutati quali sono i danni della struttura, se è stata indebolita, ad esempio, dal forte calore sprigionato dalle fiamme e capire quindi se è in grado di reggere il nuovo tetto».

Quali saranno i tempi per la ricostruzione?

«È prematuro parlarne. Sicuramente bisogna intervenire, ma prima di farlo vanno eseguite, ripeto, tutte le analisi del caso e capire la stabilità della chiesa. La ricostruzione, comunque, non è un lavoro complesso come nel caso di un restauro. Ma è chiaro che ci vorranno tanti soldi per il cantiere che sarà un cantiere aperto sul mondo, perché tutti vorranno vedere lo stato di avanzamento dei lavori».

Per quanto riguarda l’incendio, secondo lei da cosa può essere scaturito?

«Su questo ci saranno delle indagini che faranno luce su quale possa essere stata la causa».

Abbiamo visto che le fiamme sono durate per tanto tempo. Come mai?

«Le travi, all’interno della cattedrale, a sostegno della copertura del tetto erano in legno. Fossero state in metallo le fiamme le avrebbero consumate in meno tempo, il legno invece prima di cedere impiega di più e questo spiega perché l’incendio è durato molto».

E i danni?

«Sicuramente sono ingenti».

Lei ha mai lavorato ad un edificio storico colpito da un evento simile?

«Si, al teatro la Fenice a Venezia. Ma fu solo per delle piccole cose. La mia ditta venne chiamata dall’architetto Gae Aulenti».

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