Finanza
La rivolta dei pachistani. «Trattati come schiavi»
Un picchetto davanti alla tintoria cinese DL rimosso a forza dalla polizia. Il sindacato Si Cobas ha organizzato un presidio in piazza del Comune
PRATO. Quando Hassan s’è visto venire giù l’acido acetico dal fustino ha sentito un grande dolore al piede. Gli si è gonfiato, gli faceva così male tanto da non poter infilare le scarpe. «Vai in farmacia, non al pronto soccorso», gli avrebbero detto i titolari. Ma quando è successo l’infortunio Hassan, operaio pachistano della tintoria DL di via Gestri, non aveva un contratto. Oggi ce l’ha per lavorare lì, attraverso un’agenzia interinale che il pachistano giura di non aver mai visto. «Ho lavorato senza scarpe. Era gennaio, faceva freddo».
Le storie. Contratti che vanno e vengono, fra periodi di stop “forzato”. Giornate lavorative che durano 12 ore al giorno mentre il riposo festivo nel weekend va a farsi benedire. Altro che 40 ore alla settimana: gli operai pakistani, una trentina quelli impiegati dalla tintoria DL a conduzione cinese, stanno 84 ore in fabbrica. Anche Moon denuncia a gran voce lo sfruttamento dei suoi connazionali. «Siamo schiavi. E se ci lamentiamo i titolari ci dicono che possiamo tranquillamente lasciare perché il nostro posto lo darebbero ad altri. Otto miei colleghi hanno il permesso di soggiorno bloccato perché sono senza contratto». Quelle di Hassan e Moon sono storie di sfruttamento e di negazione dei fondamentali diritti dei lavoratori, come un contratto.
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Gli scontri. Lunedì 15 i lavoratori della DL avrebbero dovuto scioperare fuori dai cancelli della fabbrica di San Giusto con le bandiere dei Sì Cobas: il presidio di protesta andava avanti da 15 giorni a questa parte, contro “turni massacranti e pagamenti a nero”. Solo che lunedì pomeriggio Luca Toscano e Sarah Caudiero, i due sindacalisti dei Sì Cobas insieme a un cittadino pachistano, sono stati denunciati dalla polizia intervenuta per sciogliere il presidio. Resistenza a pubblico ufficiale e mancato rispetto dell’ordine di sciogliere una manifestazione non preavvisata: i tre sono stati portati in questura per la denuncia ed è scattato un ordine di allontanamento (avvio del procedimento di foglio di via). «Di fronte a questi gravi fatti, le istituzioni stanno in silenzio – denuncia Toscano – Per questo motivo il presidio si sposta oggi, martedì 16, in piazza del Comune. Non andiamo ai cancelli dell’azienda ma facciamo un appello alle istituzioni. Il problema sono venti lavoratori che protestano con le bandiere sindacali oppure le loro condizioni di sfruttamento? Qui a Prato un presidio diventa un’emergenza di ordine pubblico, a Firenze questo non succede».
Ma il sindacalista e l’operaio pachistano dovranno rispondere anche di lesioni a pubblico ufficiale: tre poliziotti hanno riportato contusioni, con cinque giorni di prognosi ciascuno.
L’ispettorato. Tre mesi fa i Sì Cobas hanno inviato una segnalazione all’ispettorato del lavoro sulla situazione alla tintoria DL che impiega 50 persone, 70 nei picchi di lavoro. Manodopera etnica perché i pachistani lavorano gomito a gomito con senegalesi, cinesi e italiani (una decina). «Ma agli italiani fanno fare otto ore di lavoro, pagano la tredicesima e le ferie», denunciano i pachistani che hanno ricevuto la solidarietà del candidato sindaco del Movimento 5 Stelle Carmine Maioriello. E chi lavora in tintoria alla DL porta a casa uno stipendio di 1. 200 euro. Come rammenta Moon, «sia che si lavori 40 come 84 ore alla settimana».
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