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Prato

tribunale

Traffico di abiti e plastica: chiesto il rinvio a giudizio per 98 persone e 61 società

Paolo Nencioni
Il sostituto procuratore Angela Pietroiusti (foto d'archivio)
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Il sostituto procuratore Angela Pietroiusti (foto d'archivio)

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia ipotizza che non siano state chieste le necessarie autorizzazioni per l’export verso Africa e Cina

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PRATO. Sono quasi cento (98 per la precisione) gli imprenditori che rischiano il rinvio a giudizio in quello che potrebbe diventare il più grande processo in tema di rifiuti del distretto pratese. Il sostituto procuratore Angela Pietroiusti della Direzione distrettuale antimafia ha chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati (74 italiani, 22 cinesi, un giordano e uno sloveno) e di 61 società con sede a Prato, Montemurlo, in Veneto e in Campania, le più importanti del settore. Deciderà il gup Angelo Antonio Pezzuti il prossimo 20 maggio. Ma, avvertono gli avvocati difensori, tra cui Federico Febbo, Costanza Malerba, Antonino Denaro e Manuele Ciappi, qui non si parla di mafia.. Le contestazioni riguardano la presunta mancata richiesta delle autorizzazioni per esportare in certi paesi: Cina, Tunisia, Guinea, Est Europa.

Gran parte dei rifiuti spediti all’estero dalle società indagate è costituita da indumenti usati e scarti tessili, ma c’è anche una cospicua parte di rifiuti plastici non pericolosi provenienti dalle ditte del Nord Italia e destinati alla Cina, che poi ne ricava altra plastica. Rispetto ad altre inchieste sul traffico di rifiuti tessili, stavolta non si contesta la mancata igienizzazione, che garantiva un cospicuo risparmio sui costi di lavorazione, e per questo gli avvocati difensori si chiedono dove stia il profitto del reato. Secondo gli avvocati si tratta di mere contestazioni burocratiche.

La pensa in maniera diversa l’Agenzia delle entrate di Livorno, da una cui segnalazione è partita l’inchiesta della Dda e che insieme ai carabinieri forestali ha svolto anche i successivi accertamenti. Secondo gli investigatori il guadagno, per quanto riguarda la plastica, consisterebbe nel vendere il rifiuto in Cina come “materia prima seconda”, ovvero non rifiuto. L’italiano vende senza l’onere dello smaltimento, mentre il cinese acquista la plastica pagandola meno di una materia prima.

L’oggetto del contendere sono migliaia di container che a partire dal 2009 sono stati spediti dai porti di Livorno, Genova e Venezia, ma anche La Spezia senza che nulla venisse contestato. A posteriori le Dogane hanno eccepito la mancanza delle autorizzazioni necessarie, sia verso la Cina che verso i paesi africani (per quanto riguarda abiti usati e scarti tessili) ed è partita l’inchiesta. Ma sembra che ai fini pratici l’indagine non abbia bloccato il flusso di merci. I container, raccontano gli avvocati difensori, continuano a partire verso le solite destinazioni con le stesse modalità. Gli italiani, soprattutto a Montemurlo, si occupano del commercio di indumenti usati e scarti tessili mentre i cinesi sono l’anello di congiunzione tra le aziende del nord (plastica) e i loro connazionali in Cina. —


 

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