Sicurezza
Brividi e lacrime per gli studenti in visita ai campi di sterminio
Una quarantina di ragazzi ha partecipato al viaggio della Regione Toscana che ha fatto tappa a Birkenau e Auschwitz
Sapevano che sarebbe stata un’esperienza da togliere il respiro, ma non si immaginavano tanto. Dopo cinque giorni, tre in Polonia a visitare i campi di sterminio di Birkenau e Auschwitz e due di viaggio, sono tornati a casa i quarantuno studenti del Dagomari, Copernico, Marconi, Buzzi e Gramsci-Keynes che hanno partecipato al treno della memoria toscano: 550 ragazzi e ragazzi a bordo degli ultimi due anni delle superiori, 61 insegnanti, 60 studenti universitari e poi ancora amministratori e rappresentanti delle comunità ebraiche, degli omosessuali, dei rom e sinti, dei partigiani e dei deportati politici, di tutti coloro che furono deportati dai tedeschi e spesso non sono tornati. La Regione l’organizza dal 2002, prima in Italia: un viaggio preparato in mesi di lavoro a scuola. E ogni volta per i ragazzi è un turbine di emozioni. Un colpo duro allo stomaco. Una stretta grande al cuore. Accade nel silenzio di Birkenau, che i ragazzi hanno visitato lunedì mattina appena arrivati: immenso, grande più di trecento campi da calcio messi in fila, dove devi immaginarti i rumori sordi di colpi e botte dispensati senza motivo, le raffiche di mitra, l’abbaiare dei cani o il pianto di bambini strappati alle mamme. Accade nell’apparente normalità della caserma militare che fu Auschwitz prima di diventare un campo di sterminio, dove l’orrore si materializza nei volti delle foto e negli oggetti del museo. Passi da un edificio all’altro e ti imbatti nelle ceneri umane che i tedeschi usavano per cospargere le strade ghiacciate. Vedi i fusti di gas. Ti trovi all’improvviso davanti a cumuli di capelli, valigie, scarpe, scarpine e giocattoli rubati ai bambini. Gli occhi si arrossano. «E la tristezza si somma alla rabbia» confessa Sabrina Bichi, studentessa del Gramsci-Keynes. «Ha ragione Marcello Martini» dice, il pratese di Montemurlo che a quattordici anni fu deportato come staffetta partigiana a Mauthausen e che i ragazzi toscani, in questi giorni, hanno ascoltato in una video intervista al cinema Kijow di Cracovia, durante l’incontro con i sopravvissuti. «Vi potranno togliere tutto - diceva Martini – ma non quello che avete imparato e sapete fare». A Birkenau gli studenti intuiscono la dimensione dello sterminio e lo sfinimento fisico. Ad Auschwitz prendono coscienza dell’efficienza piegata al male. «Ho avuto le lacrime agli occhi tutto il tempo» racconta Linda Prunecchi, che studia al Dagomari. Il momento più toccante? «Avevo i brividi quando abbiamo letto i nomi dei deportati durante la cerimonia a Birkenau». Un nome e l’età in cui ciascuno è stato inghiottito nell’orrore dei campi, pochissimi sopravvissuti e tanti nomi. Un nome per ciascun ragazzo e ragazza, ricevuto prima di partire per imparare a conoscere la sua storia. «Auschwitz è la conferma dell’egoismo dell’uomo» riflette scorata Rachele Gazzarri del Dagomari. «Ma piangere non basta – risponde la compagna Letizia Marino – quando ti trovi circondato dal freddo che ti penetra le ossa nonostante strati e strati di vestiti che quei deportati neppure avevano. Piangere non basta quando vediamo i sopravvissuti alzarsi le maniche e mostrare i numeri tatuati sulla loro pelle e nei loro cuori. Dobbiamo fare qualcosa». «Alcune ferite di guerra si stanno lentamente riaprendo» ammonisce Alessio Guidi, anche lui del Dagomari. Alessio Biagini del Marconi non dimenticherà invece i vagoni in cui venivano trasportati gli ebrei, le prigioni dove si moriva di fame, soprattutto le camere a gas. Non era una morte bella e neppure veloce. Sui muri i ragazzi hanno visto i segni delle unghie incisi da chi cercava di fuggire. «L’Olocausto non tornerà, ma stanno avvenendo cose terribili» riflette sul treno Tatiana Bucci, che con la sorella Andra è sopravvissuta a quattro e sei anni all’orrore di Birkenau. Li sprona Vera Vigevani Jarach, testimone delle leggi razziali fasciste e del regime argentino di Videla che ha inghiottito, quaranta anni dopo, trentaMila persone, tra cui la figlia di diciotto anni: «Non dimenticate il genocidio dei migranti inghiottiti dal silenzio del mare, le vittime del femminicidio e della fame nel mondo di cui siamo tutti complici». —
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