Il Tirreno

Prato

Brividi e lacrime per gli studenti in visita ai campi di sterminio

di Walter Fortini
Tutto il gruppo pratese al ghetto di Cracovia
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Tutto il gruppo pratese al ghetto di Cracovia

Prato, una quarantina di ragazzi pratesi ha partecipato al viaggio della Regione Toscana che ha fatto tappa a Birkenau e Auschwitz

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PRATO. Sapevano che sarebbe stata un’esperienza da togliere il respiro, ma non si immaginavano tanto. Dopo cinque giorni, tre in Polonia a visitare i campi di sterminio di Birkenau e Auschwitz e due di viaggio, sono tornati a casa i quarantuno studenti delle cinque scuole pratesi - Dagomari, Copernico, Marconi, Buzzi e Gramsci-Keynes - che hanno partecipato al treno della memoria toscano: 550 ragazzi e ragazzi a bordo degli ultimi due anni delle superiori, 61 insegnanti, 60 studenti universitari e poi ancora amministratori e rappresentanti delle comunità ebraiche, degli omosessuali, dei rom e sinti, dei partigiani e dei deportati politici, di tutti coloro che furono deportati dai tedeschi e spesso non sono tornati. La Regione l’organizza dal 2002, prima in Italia: un viaggio preparato in mesi di lavoro a scuola. E ogni volta per i ragazzi è un turbine di emozioni. Un colpo duro allo stomaco. Una stretta grande al cuore.

Accade nel silenzio di Birkenau, che i ragazzi hanno visitato lunedì mattina appena arrivati: immenso, grande più di trecento campi da calcio messi in fila, dove devi immaginarti i rumori sordi di colpi e botte dispensati senza motivo, le raffiche di mitra, l’abbaiare dei cani o il pianto di bambini strappati alle mamme. Accade nell’apparente normalità della caserma militare che fu Auschwitz prima di diventare un campo di sterminio, dove l’orrore si materializza nei volti delle foto e negli oggetti del museo. Ti imbatti nelle ceneri umane che i tedeschi usavano per cospargere le strade ghiacciate. Vedi i fusti di gas. Ti trovi all’improvviso davanti a cumuli di capelli, valigie, scarpe, scarpine e giocattoli rubati ai bambini. Gli occhi si arrossano. “Al timore mentre varchi il cancello segue la tristezza” ricorda Matteo Fedeli, studente del Buzzi. “E la tristezza si somma alla rabbia” confessa Sabrina Bichi del Gramsci-Keynes. “Ha ragione Marcello Martini” dice, il pratese di Montemurlo che a quattordici anni fu deportato come staffetta partigiana a Mauthausen e che i ragazzi toscani, in questi giorni, hanno ascoltato in una video intervista al cinema Kijow di Cracovia, durante l’incontro con i sopravvissuti. “Vi potranno togliere tutto - diceva Martini – ma non quello che avete imparato e sapete fare”.

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A Birkenau gli studenti intuiscono la dimensione dello sterminio e lo sfinimento fisico. Ad Auschwitz prendono coscienza dell’efficienza piegata al male. “Ho avuto le lacrime agli occhi tutto il tempo” racconta Linda Prunecchi, che studia al Dagomari. Il momento più toccante? “Avevo i brividi quando abbiamo letto i nomi dei deportati durante la cerimonia a Birkenau”. Un nome e l’età in cui ciascuno è stato inghiottito nell’orrore dei campi, pochissimi sopravvissuti e tanti nomi, più di cinquecento, che si accavallano nell'aria gelida che si fa latte ed avvolge tutto davanti al memoriale , quando inizia anche a nevischiare. Un nome per ciascun ragazzo e ragazza, ricevuto prima di partire per imparare a conoscerne la storia. Nomi di giovani e adulti, spesso bambini e neonati. Cognomi che si ripetono con insistenza e che danno bene l'idea di intere famiglie sterminate.

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“Auschwitz è la conferma dell’egoismo dell’uomo” riflette scorata Rachele Gazzarri del Dagomari. “Ti accoglie la scritta “Il lavoro rende liberi”, ma è l'opposto di quello che accadeva, ed è un’illusione continua” accenna Chiara Gianni del Gramsci Keynes, colpita in particolare dagli esperimenti di Mengele su donne e bambini. “Piangere però non basta – risponde Letizia Marino, studentessa del Dagomari – . Non basta piangere quando ti trovi circondato dal freddo che ti penetra le ossa nonostante strati e strati di vestiti che quei deportati neppure avevano. Piangere non basta quando vediamo i sopravvissuti alzarsi le maniche e mostrare i numeri tatuati sulla loro pelle e nei loro cuori. Dobbiamo fare qualcosa”. “Dobbiamo capire che ‘diverso’ non significa sbagliato – dice Sabrina - , che non significa pericoloso e neppure peggiore di noi. Bisogna smettere di generalizzare”. “Alcune ferite di guerra si stanno lentamente riaprendo” ammonisce Alessio Guidi, anche lui del Dagomari. Alessio Biagini del Marconi non dimenticherà invece i vagoni in cui venivano trasportati gli ebrei, le prigioni dove si moriva di fame, il muro delle fucilazioni ma soprattutto le camere a gas”. Non era una morte bella e neppure veloce. Sui muri i ragazzi hanno visto i segni delle unghie incisi da chi cercava di fuggire.

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“L’Olocausto non tornerà, ma stanno avvenendo cose terribili” riflette sul treno Tatiana Bucci, che con la sorella Andra è sopravvissuta a quattro e sei anni all’orrore di Birkenau. Li sprona Vera Vigevani Jarach, testimone delle leggi razziali fasciste e del regime argentino di Videla che ha inghiottito, quaranta anni dopo, trentamila persone, tra cui la figlia di diciotto anni: “Non dimenticate il genocidio dei migranti inghiottiti dal silenzio del mare, le vittime del femminicidio e della fame nel mondo di cui siamo tutti complici”. Il viaggio è finito, ma domani ci sarà il compito più difficile: raccontarlo ai parenti, agli amici e ai compagni di classe. Le scuole di Prato si stanno già preparando. 

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La testimonianza di Luisa Xu. “Ci sono italiani razzisti ed altri che non lo sono. Ma il razzismo ancora esiste, come il pregiudizio, frutto dell’ignoranza che genera paura: una reazione di difesa. Conoscendosi però si può cambiare idea”. La visita di Auschwitz e Birkenau è un viaggio nel passato e nel presente. E Luisa Xu, che parla più pratese di tanti pratesi (e del resto lo è) ha le idee chiare. Studentessa al Dagomari e il sogno di andare il prossimo anno alla Bocconi, Luisa non è la prima ragazza di origini cinesi a salire sul treno della memoria in diciotto anni, da quando la Regione organizza il viaggio; ma è la prima che il Tempio buddista della città ha deciso di far partecipare, a proprie spese, per farne gli occhi della comunità. “Il razzismo c’è – ripete – anche se personalmente l’ho subito poco, perché so rispondere e con le parole ho convinto più di una persona. Il mio migliore amico è italiano, la mia migliore amica ivoriana”. Luisa, insomma,, i muri li ha già abbattuti e voleva fare questo viaggio per provare a capire.

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“Anche i cinesi – racconta – hanno patito deportazioni e massacri, come quello di Nanchino del 1937, e autentici genocidi. Ma c’è scarsa memoria”. A Prato si porta a casa il dolore che in cinque giorni l’ha accompagnata: “un dolore costante”, racconta davanti al museo di Auschwitz, dieci gradi sotto zero e il sole che fa breccia in un cielo lattiginoso. Ma c’è stata anche la magia della preghiera ebraica, cantata nel gelo del campo di Birkenau. “Qualcosa di toccante”, che ti scalda l’anima.

I pregiudizi su rom e sinti. “Fin quando non svelo che abito in un campo nomade è tutto a posto – confessa Angela - . Poi scatta la paura, perché dicono che i rom rubano e tutti pensano dunque che anche io rubi”. Così anni fa ha perso il suo primo lavoro. Angela, 24 anni, pratese e italiana, è sul treno della memoria toscano di ritorno da Auschwitz per rappresentare la comunità sinta. Negli anni Trenta in Germania rom e sinti iniziarono ad essere considerati ‘ariani imbastarditi’. La ‘scienza’ li giudicò geneticamente asociali. Prima arrivò la sterilizzazione di massa e poi la deportazione, il ‘porrajmos’. Ventitremila persone a Birkenau nel campo degli ‘zingari’ furono liquidate all’improvviso nel 1944 nel giro di una sola notte. La storia è andata avanti, ma il pregiudizio è rimasto: non troppo diverso dai pregiudizi di cui era infarcita la retorica nazista e fascista. Se ne parla sul treno.

“Eppure - racconta una studentessa di diciassette anni, sinta anche lei ma a scuola quasi nessuno lo sa – basterebbe che si studiasse la nostra cultura e forse molte diffidenze cadrebbero e così come non abbiamo paura degli americani e degli scandinavi non si avrebbe paura di rom e sinti”. “Le mele marce – dice – ci sono dappertutto. Ma non si può generalizzare”.

 

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