Il Tirreno

Prato

la svolta 

Colpito lo sfruttamento dei clandestini Ora i confezionisti rischiano il carcere

Paolo Nencioni
Colpito lo sfruttamento dei clandestini Ora i confezionisti rischiano il carcere

Arrestato un imprenditore cinese: applicato per la prima volta l’articolo 603 bis. La soddisfazione del sindacato

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Lavorano dalle 13 alle 16 ore al giorno, tutti i giorni, con tre pause di 10 minuti, in uno stanzone di 85 metri quadri dove sono stipate 24 macchine da cucire e che diventerebbe una trappola in caso d’incendio. Poi fanno cento metri a piedi e dormono in quindici in un appartamento di 95 metri quadri, insieme ai loro datori di lavoro, che all’alba li svegliano per riportarli nello stanzone. Agli operai della confezione di Miao Kedan, in via Sabotino, sta bene così. Sono quasi tutti clandestini e non si sognerebbero mai di denunciare la loro condizione di sfruttamento. Per questo è stata necessaria un’indagine dei carabinieri e dell’Asl, coordinata dal sostituto procuratore Lorenzo Gestri, per contestare per la prima volta a Prato lo sfruttamento del lavoro previsto dall’articolo 603 bis del Codice penale. Che non è il semplice sfruttamento della manodopera clandestina che da sempre viene contestato ai confezionisti cinesi e che li espone al rischio, se va male, di passare una notte in caserma. No, questa norma di recente introduzione è stata pensata per colpire il caporalato, ma al secondo comma colpisce anche lo sfruttamento. E la pena è più pesante (da uno a sei anni). Soprattutto consente di mettere in carcere per un po’ di tempo chi lucra sullo stato di bisogno altrui, com’è accaduto a Miao Kedan, 39 anni, ora alla Dogaia, mentre alla compagna Zhu Honglan, sua coetanea, è stato imposto il divieto di dimora perché è madre di un bambino di un anno. Lo stesso bambino che nelle immagini riprese dalle telecamere piazzate di nascosto nello stanzone dai carabinieri si vede spesso giocare pericolosamente vicino al pianale delle “taglia e cuci”, vestito con un completo natalizio, incurante dell’agitazione che gli sta attorno, con gli operai che quasi non passano da una macchina all’altra perché dappertutto ci sono ritagli di stoffa facilmente infiammabile. Basterebbe poco per innescare un incendio, per esempio la sigaretta che il padre tiene in bocca mentre dà disposizioni ai dipendenti.

A far scattare le indagini, ha spiegato ieri il procuratore Giuseppe Nicolosi, è stato il Dipartimento di prevenzione dell’Asl dopo un controllo di routine. Non era facile arrivare alla confezione di via Sabotino. C’è voluta la collaborazione della vicina cinese dei confezionisti, che ha consentito l’accesso ai carabinieri e per questo è stata minacciata. Dopo un controllo effettuato il 6 novembre Miao Kedan avrebbe preteso da lei il pagamento di metà della multa che si aspettava di ricevere, altrimenti l’avrebbe fatta picchiare. I carabinieri intanto registravano e osservavano. Per settimane hanno controllato i turni di lavoro e sono giunti alla conclusione che in quella confezione sono stati impiegati complessivamente 21 dipendenti, probabilmente quasi tutti clandestini. Ma alla Camera di commercio l’azienda, attiva dal 2013, risultava avere un solo dipendente, vale a dire la compagna del titolare. E dunque né lui né la società potevano denunciare particolari guadagni. Lo sfruttamento dei lavoratori che produce una colossale evasione fiscale e contributiva, come al solito. In moltissime confezioni cinesi va così da sempre, e nemmeno i controlli straordinari dopo la tragedia della Teresa Moda sembrano aver scalfito il modello, se non che ora gli operai vengono alloggiato in dormitori staccati dallo stanzone e si fa più attenzione alla sicurezza dei macchinari. Per il resto tutto come prima. L’articolo 603 bis, se applicato massicciamente, potrebbe scardinare il sistema perché sembra scritto per Prato, ma gli inquirenti non si fanno troppe illusioni: per accertare gli indici previsti dalla norma (stipendi da fame, orari superiori al consentito, mancanza di riposo settimanale, irregolarità sulla sicurezza e sull’igiene, situazioni alloggiative degradanti) servono settimane o mesi di lavoro. E dunque al momento il 603 bis è solo un deterrente. Comunque un passo avanti, secondo Massimiliano Brezzo, segretario della Filctem: «Finalmente lo sfruttamento è chiamato col proprio nome. Ora sarebbe interessante sapere quali sono le aziende per le quali lavorava la ditta sfruttatrice e chiedergliene conto. E aspettiamo che il ministro Di Maio ci convochi per far diventare ordinaria l’applicazione delle leggi». —

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