Il Tirreno

Prato

Il presidente del Tribunale: «Ecco perché abbiamo restituito case, conti e terreni alle famiglie rom»

Paolo Nencioni
Delija Halilovic nella sua casa (foto Facebook)
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Delija Halilovic nella sua casa (foto Facebook)

Prato, parla Francesco Gratteri sul caso della mancata confisca: "Manca il nesso temporale per provare che quei beni sono frutto di guadagni illeciti". La Procura chiede la sospensione dell’ordinanza

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PRATO. «I beni posseduti dalle famiglie Ahmetovic e Halilovic sono sicuramente sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati, ma questo non è sufficiente per confiscare quei beni: manca il nesso temporale».

Francesco Gratteri, presidente del Tribunale, prova a spiegare il senso dell’ordinanza emessa martedì e che sta facendo molto discutere, non solo a Prato, cioè il provvedimento col quale i giudici dispongono la restituzione a 14 membri delle famiglie rom Ahmetovic e Halilovic, originarie di Mostar in Bosnia e storicamente radicate a Prato, beni per quasi 2,5 milioni di euro che erano stati sequestrati nel giugno 2017 come misura di prevenzione patrimoniale sul presupposto della pericolosità sociale e della sproporzione tra beni e redditi.

Non è facile far capire a chi non mastica diritto come mai si sia arrivati a questo risultato. Le due parole chiave sono “nesso temporale”.

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«La norma prevede che le manifestazioni di pericolosità - spiega Gratteri - devono essere temporalmente prossime all’acquisto dei beni». Vale a dire che io posso anche aver commesso un’infinità di reati, ma se poi ho smesso e dopo qualche anno ho acquistato beni anche di ingente valore, pur non dichiarando quasi nulla al fisco, lo Stato non può confiscarmeli.

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Nella decisione del Tribunale di Prato, spiega ancora Gratteri (e lo ha scritto nell’ordinanza firmata insieme a Carlo Cataudella e Leonardo Chesi) ha avuto un peso anche una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di cui hanno sentito parlare solo gli addetti ai lavori, quella pronunciata il 23 febbraio 2017 nella causa proposta dal barese Angelo De Tommaso, già condannato per spaccio di droga, contro lo Stato italiano. De Tommaso si lamentava che gli fosse stato imposto un periodo di sorveglianza speciale e alla fine la Corte gli ha dato ragione affermando che il Codice antimafia sul quale si basano le misure di prevenzione (legge 159 del 2011) è troppo generico.

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«È un orientamento già anticipato dalla Cassazione nel 2014 - dice il presidente Gratteri - e richiamato in una sentenza dello scorso marzo. Inoltre la Corte costituzionale ha in corso giudizi di incostituzionalità sullo stesso tema sollevati da più di un Tribunale».

Insomma, la Corte europea ci ha richiamati a un maggiore rispetto dei diritti di chi è proposto per una misura di prevenzione (sequestro e confisca), la Cassazione si è adeguata e le famiglie Ahmetovic e Halilovic portano a casa il risultato, grazie a una schiera di avvocati che però non sono stati ancora pagati perché case, terreni, libretti e conti sono ancora fermi.


Ieri il procuratore Giuseppe Nicolosi, evitando di polemizzare col Tribunale, ha annunciato che nei termini previsti dal codice (10 giorni) chiederà la sospensione dell’ordinanza e farà ricorso in Appello. Intanto la decisione del Tribunale ha scatenato un ampio dibattito e molte proteste. Tira un vento poco favorevole sia verso i rom che verso i giudici. «Ma se dovessimo adeguarci al vento sarebbe un guaio - ragiona Francesco Gratteri - Noi siamo chiamati ad applicare le norme e questo facciamo. Se poi le norme non piacciono, il legislatore le può cambiare».

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Soddisfatta ma di poche parole Djula Ahmetovic, la matriarca della famiglia. «Io dormo ancora per strada - dice - e non mi hanno reso niente». «No, ancora non abbiamo visto un soldo» conferma la nipote. E potrebbero non vederli per un bel po’ se la Corte d’appello accoglierà la richiesta di sospensione della Procura.
 

IL PIU' RICCO

Ammonta a quasi 2,5 milioni di euro il valore dei beni che la Procura voleva confiscare ai rom, ma a ben guardare il grosso del “tesoro” è in mano a Delija Halilovic, 49 anni, originario di Mostar. A lui, secondo l’ordinanza del Tribunale, sono riferibili beni per quasi 2 milioni, tra cui una casa da mezzo milione in via dei Pioppi.

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