Il dolore
Veronesi e il senso perduto della morte: "Quella dei migranti non è una crociera"
Presentato in anteprima il nuovo libro dello scrittore sui respingimenti dei profughi nel canale di Sicilia: "Abbiamo bisogno di una lingua in cui ci si riconosca"
PRATO. Per quasi tre mesi, questa estate, lo scrittore Sandro Veronesi ha tentato di imbarcarsi sulla nave Open Arms di Proactiva, un’organizzazione non governativa catalana specializzata nei soccorsi ai migranti nel canale di Sicilia e non solo. È riuscito a passarci solo 24 ore nel porto di Barcellona, dove a fine agosto la nave era bloccata dall’abbraccio mortale della burocrazia piegata alle ragioni di chi si oppone a quegli sbarchi. Da quell’esperienza è nato un libro che s’intitola “Cani d’estate” (La nave di Teseo, 7 euro, in libreria a fine mese) ma che si può anche riassumere in cinque parole: Il senso perduto della morte. Perché Veronesi parte proprio da qui, dallo smarrimento del significato delle parole più importanti, che porta un ministro dell’Interno, per esempio, a parlare di “pacchia” e di “crociera” commentando la situazione dei migranti in balia del mare tra la Libia e la Sicilia.
Ne ha parlato, Veronesi, nella chiesa di San Paolo A Stagnana raccogliendo l’invito di don Jean Jacques Ilunga, insieme allo scrittore Mario Desiati, per presentare in anteprima la sua ultima opera.
Facciamo un passo indietro. Perché il Premio Strega 2006 ha deciso di scrivere “Cani d’estate”? Perché a metà giugno, leggendo dell’odissea della nave Aquarius a cui il governo italiano negava un porto sicuro è stato colto da un senso di indignazione che è andato avanti per giorni e giorni. Di lì la decisione di scrivere una lettera aperta a Roberto Saviano, pubblicata il 9 luglio sul Corriere della Sera , dove Veronesi sosteneva che era arrivato il momento di metterci la faccia. Di più: di metterci il corpo, perché era di corpi che si stava e si sta ancora parlando. Quelli dei migranti che scompaiono a centinaia inghiottiti dal mare, materia di trattative politiche che passano sopra le loro teste e, appunto, i loro corpi.
Veronesi, nella chiesa di San Paolo gremita di persone, ha ricordato la storia di Salvatore Bruno Todaro, il comandante italiano di sommergibili che nel 1940 affondò una nave inglese e una belga, e in entrambi i casi soccorse i superstiti e li sbarcò in porti sicuri. «Lui conosceva la morte e conosceva il mare - ha detto lo scrittore - Noi dopo 70 anni di pace ci siamo distratti e abbiamo perso il senso della morte, fino ad arrivare ad associarle parole fatue, parole stupide come “pacchia” e “crociera”».
Il nome di Matteo Salvini non è mai stato pronunciato nel corso di tutta la serata, ma è di lui che si parla. Alla fine di agosto Veronesi lo ha attaccato nel campo sul quale il ministro sembra più a suo agio, Twitter. Ecco un esempio dei messaggi, 15 in una settimana, inviati al titolare del Viminale: “Gentile signor ministro, vorrebbe gentilmente chiarirci di quali diritti godono e di quali non godono i 177 naufraghi a bordo della Diciotti? Possono mangiare? Orinare? Defecare? Grazie, e in bocca al lupo per la gara di gavettoni di stasera”.
Sandro Veronesi, insomma, ha provato a metterci il corpo, ma non rinuncia alla parola. «A causa di parole cattive e inadeguate - ha detto rispondendo a una delle domande preparate dai giovani della parrocchia - abbiamo pensato di dover tacere e poi siamo tornati a parlare». Parola parlata e parola scritta, in fondo è questo il mestiere dell’intellettuale così come lo intende Veronesi, che non si è mai sottratto all’impegno politico e alle questioni poste dall’attualità. Di Moretti e De Gregori che tacciono su questi temi, sollecitato dalle domande dei giovani ha detto che lo fanno perché feriti dall’impegno pubblico che hanno avuto in passato.
Gli hanno chiesto come possono difendersi i più deboli e lui ha risposto con una parola (migrare) che è l’esatto contrario di quanto pensa il nostro ministro dell’Interno. «Quando saranno milioni a migrare dall’Africa, a causa dei cambiamenti climatici - ha aggiunto - la forza ce l’avranno quelli che oggi sono deboli». Altra domanda. Ma perché nei suoi libri usa tante parolacce? «È una scelta di naturalismo. Alcuni dei miei personaggi le usano perché è così che parla la gente».
Si torna sempre lì, il potere della parola. «Per avvicinare chi è a favore e chi è contro l’immigrazione - dice Veronesi - ci serve una lingua in cui ci si riconosca».
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