Toscana
Sono 1.100 gli esami fatti senza il ticket Indagata la dirigente del laboratorio
La svolta nell’inchiesta sulle analisi gratis ad amici e parenti è arrivata dalle carte di un processo per una lite tra medici
prato. Sono circa 1. 100 gli esami sospetti, dal 2013 a oggi, finiti al centro dell’inchiesta della Procura di Prato che vede indagati 43 tra tecnici e medici del laboratorio di analisi dell’ospedale Santo Stefano con le ipotesi di truffa e peculato perché avrebbero fatto gli esami a parenti e amici senza farli pagare. Un’inchiesta, è stato spiegato ieri, nata da una segnalazione anonima di un paio di anni fa, girata alla guardia di finanza, che però non era sorretta da riscontri concreti.
La svolta è arrivata quando gli inquirenti sono andati a rileggere le carte del processo nel quale era imputata la dottoressa Patrizia Casprini, dirigente del Dipartimento di medicina di laboratorio dell’Asl Toscana Centro e dunque responsabile anche del laboratorio del Santo Stefano. Una dottoressa sua sottoposta l’accusò di averla picchiata nel 2009 perché si era rifiutata di fare un esame su una provetta che era priva del “bar code” , cioè che non era passata dal sistema delle prenotazioni e dal centro prelievi del Giovannini. Per quell’episodio la dottoressa Casprini, ora indagata nella nuova inchiesta, è stata condannata nel 2017.
Il sistema. Gli inquirenti in queste ore stanno ricostruendo il sistema usato per fare esami e analisi senza far pagare il ticket. Potrebbe essere simile a quello ipotizzato qualche tempo fa dalla guardia di finanza negli ospedali dell’Umbria. In quel caso amici e parenti venivano invitati dai medici nei reparti ospedalieri e lì venivano fatti i prelievi, facendo passare gli amici come ricoverati nel reparto. A quel punto le provette venivano inviate al laboratorio di analisi e si eludeva il pagamento del ticket. A Prato potrebbe essere accaduta la stessa cosa. Di fatto le provette arrivavano al laboratorio senza il “bar code” che identifica il paziente e solo al momento di stilare il referto veniva inserito il nome della persona che si era sottoposta al prelievo. Il laboratorio infatti non è accessibile dagli utenti esterni. Il numero di 1. 100 esami fatto dagli inquirenti potrebbe corrispondere ad alcune centinaia di persone fisiche perché ognuno può aver fatto più di un prelievo.
I primi sospetti. I finanzieri hanno capito che qualcosa non andava quando si sono accorti che quasi sempre i pazienti con le provette senza “bar code” risultavano parenti o amici dei medici o dei tecnici del laboratorio. Una volta iniziata l’indagine, anche l’Asl ha presentato un esposto. Potrebbe essere una foglia di fico per coprire i mancati controlli, ma gli inquirenti assicurano che da quel momento in poi c’è stata la massima collaborazione.
La perquisizione. La Procura è uscita allo scoperto mercoledì 21, quando è stata disposta una perquisizione informatica, un accesso ai computer del laboratorio per cercare i referti degli esami sospetti. È stato in quel momento che medici e tecnici, tra cui la responsabile Casprini, hanno saputo di essere indagati e hanno iniziato a cercarsi un avvocato.
Il flusso non si ferma. C’è un particolare che aiuta a capire quando il fenomeno fosse diffuso e non circoscritto a casi isolati. Anche durante la perquisizione dei militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria, alcuni soggetti si sono presentati con le provette da sottoporre ad esame, che sono state sequestrate.
Così fan tutti? Fatta eccezione per l’anonimo e per la dottoressa che litigò con la responsabile del laboratorio, nessuno ha segnalato irregolarità alla Procura. Ma qualcuno, spiegano gli inquirenti, ha in qualche modo fatto resistenza, forse annotando su documenti ufficiali di aver svolto un esame su una provetta non identificata col nome del paziente. Un’assicurazione per il futuro. Come a dire: me l’hanno fatto fare ma io non volevo. —
Paolo Nencioni
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