Il Tirreno

Prato

Uccisa e fatta a pezzi: nel diario di una sedicenne la pista del rito satanico

Paolo Nencioni
Imane Laloua
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Imane Laloua

Caso Imane Laloua: in quelle pagine la sedicenne racconta di aver partecipato insieme a un amico a un rito sacrificale su una donna prelevata in strada e uccisa a colpi di coltello

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PRATO. Nel caso freddo, quello della morte di Imane Laloua, c’è una pista calda che porta a Prato. Una pista coltivata a lungo, dicono gli investigatori, e non ancora abbandonata. Sono le pagine di un diario scritto da una sedicenne pratese nell’agosto del 2004. È una ragazza che frequenta un gruppo dark metal e si vanta di profanare cimiteri insieme agli amici. Ogni tanto si ritrovano nello stabile abbandonato dell’ex Convitto Cicognini.

In quelle pagine la sedicenne racconta di aver partecipato insieme a un amico a un rito sacrificale su una donna prelevata in strada e uccisa a colpi di coltello. Il diario viene scoperto nella primavera del 2006 dai genitori che si rivolgono alla polizia. La ragazza viene interrogata e nega, dice che quel racconto è frutto solo della sua fantasia. Due mesi dopo vengono ritrovati i sacchetti con le ossa lungo la A1.

Non si sa ancora che sono i resti di Imane, ma lo stato del cadavere fa pensare a qualcosa di diverso da un omicidio occasionale. Fa pensare, appunto, a un rito sacrificale, un rito satanico come quello descritto nel diario.

Sul caso di Imane, il sostituto procuratore Giuseppina Mione ha lanciato un appello: chi sa parli. Perché di questo il magistrato fiorentino è convinto: qualcuno, oltre ovviamente all’assassino, sa come e perché è stata uccisa Imane. Ne è convinta anche la madre Zoubida Chakir, che non ha mai smesso di chiedere la verità sulla fine della figlia.

Imane Laloua, di nazionalità marocchina, aveva 22 anni quando la madre l’ha vista l’ultima volta. Erano nella loro casa di Montecatini e litigarono perché Zoubida non voleva che Imane raggiungesse il marito a Prato. Si erano sposati tre anni prima, ma lui spacciava droga e continuava a entrare e uscire dal carcere. Un paio di mesi dopo, quando la madre andò a cercarla a Prato, il marito disse di non saperne niente e Zoubida capì che era successo qualcosa di grave. Presentò denuncia di scomparsa alla polizia, ma all’epoca non c’erano elementi per sospettare che non si trattasse di uno dei tanti allontanamenti volontari, anche perché un conoscente disse poi alla madre di aver visto Imane il 6 luglio del 2003 mentre festeggiava il compleanno in un locale di Firenze.

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Però tutto cambia il 21 giugno 2006, quando un camionista si ferma nell’area di sosta sulla carreggiata nord dell’Autosole e scorge dei sacchi di plastica nella boscaglia. Alcuni contengono ossa umane, ossa scarnificate: manca la testa e gli omeri sono legati con uno spago. Un altro le parti molli di quello stesso cadavere. Nessuno immagina che possano essere i resti della giovane scomparsa tre anni prima. In quel lasso di tempo sono decine le persone sparite nel nulla in Toscana. Quando non ci sono elementi che possano far pensare a un atto violento, la prassi vuole che si diramino le ricerche in attesa del ritorno a casa, come spesso avviene.

Imane però non è mai tornata a casa. Ha fatto una fine orribile per mano di qualcuno che si è preoccupato di rendere molto difficile l’identificazione del cadavere ma che poi, forse per la fretta, anziché seppellirlo in un bosco lo ha gettato dove poi è stato trovato. Forse durante la fuga.

Sarebbe rimasto uno dei tanti casi irrisolti se a un certo punto il ministero della Giustizia non avesse chiesto alle Procure italiane di dare una spolverata ai “cold cases”, quei fascicoli freddi finiti nei cassetti per mancanza di prospettive d’indagine. Soprattutto a quelli riguardanti persone scomparse.

Il procuratore di Prato Giuseppe Nicolosi ha riaperto il caso nel 2017, ha affidato una consulenza genetica al professor Ugo Ricci dell’ospedale di Careggi, le squadre mobili di Prato e Firenze hanno stilato una rosa di nomi e il Dna estratto dai resti di Barberino è risultato compatibile con quello dei familiari di Imane. La certezza è arrivata qualche mese fa e sono ripartite le indagini. La squadra mobile di Prato ha effettuato perquisizioni nelle abitazioni di persone che sono state vicine alla giovane marocchine nei mesi e nelle settimane precedenti la scomparsa, ma evidentemente non è stata trovata la pistola fumante (anzi il coltello, perché l’esame dei resti sembra aver escluso l’uso di armi da fuoco). Ecco perché ieri il sostituto Mione è uscita allo scoperto raccontando gli ultimi sviluppi dell’indagine e facendo un appello a chi ancora non ha parlato.

La madre di Imane, parlando nel 2015 col sito specializzato Crimeblog, ha detto di aver saputo nel 2006 da una conoscente, che aveva parlato con un’amica della figlia, che la giovane era morta. Da quel giorno ha rinnovato gli sforzi per sapere la verità. Non poteva sapere, lo ha stabilito l’autopsia, che Imane era morta già da almeno due anni e che di lei erano rimaste solo quelle ossa che ora parlano ma non posso dire il nome del loro assassino.

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di Redazione web