Il Tirreno

Prato

I 160 anni di Mattonella: uno spettacolo che odora di cantucci

Azelio Biagioni
I 160 anni di Mattonella: uno spettacolo che odora di cantucci

Nel laboratorio del biscottificio Mattei è andato in scena “Il sogno di Ernesto”, un testo scritto da Tommaso Santi

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PRATO. È sicuramente una rarità che in uno spettacolo teatrale sia coinvolto anche l’olfatto insieme ai sensi della vista e dell’udito. Ma per “Il sogno di Ernesto” è così. La rappresentazione che va in scena nel laboratorio del biscottificio Mattei accoglie prima di tutto gli spettatori abbracciandoli con l’inconfondibile profumo dei biscotti che questo pezzo di storia pratese è riuscito a portare un po’ in tutto il mondo. E da un’idea di Letizia Pandolfini nasce proprio “Il sogno di Ernesto”, uno spettacolo a chiusura dei festeggiamenti per i 160 anni dalla nascita di quello che tutti chiamano “Mattonella”.

Lo spettacolo è nato ed è stato pensato proprio per il laboratorio, dove anni di storia, di impegno e di passione hanno reso grande il nome del biscottificio con i suoi prodotti dolciari. Quattro di giorni di spettacoli (da sabato 29 settembre a martedì 2 ottobre con massimo 18 persone a rappresentazione) con più repliche per ogni sera sono andati tutti esauriti tanto che si pensa di riproporre la cosa il prossimo anno. Ernesto era il nonno di Letizia Pandolfini che è andata a frugare fra la vecchia corrispondenza dell’avo quando si trovava al fronte durante la prima guerra mondiale e che scriveva alla zia Italia.

Ecco l’idea di costruirci uno spettacolo, scritto da Tommaso Santi rifacendosi proprio a quella corrispondenza epistolare. A recitare la parte di Ernesto Fabio Mascagni (che ha anche diretto lo spettacolo), mentre nelle vesti di zia Italia c’era Annamaria Guerrini. Le musiche originali portano la firma di Sadi Oortmood. Luci soffuse, profumo che si sprigiona nell’aria dei biscotti sfornati fanno da cornice ai due attori. Si svolge in tre punti del laboratorio lo spettacolo: si racconta di quando Ernesto Pandolfini era al fronte e scriveva ad Italia, la paura che l’uomo viveva durante quei momenti ma anche del sogno di quel biscottificio e di quando già si immaginava avanti con gli anni, mentre si vede seduto fuori dalla bottega a salutare quanti passavano lì davanti. Si parla di quei biscotti così famosi, ma anche del filone candito, dei “brutti buoni” e di quell’uomo che rilevò la ditta, oggi portata avanti dai nipoti. Una storia che tiene alto il nome di Prato.

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