Il Tirreno

Prato

Vendute all'asta 800 tonnellate di tessuti sotto sequestro, protesta Confindustria

di Paolo Nencioni
Il sequestro dei tessuti nel capannone della società cinese
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Il sequestro dei tessuti nel capannone della società cinese

La vendita è stata autorizzata dalla Procura perché si trattava di merce deperibile e per non pagare l'affitto del capannone. Secondo gli imprenditori così si distorcono le regole del mercato

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PRATO. La Procura di Prato ha venduto all'asta, tramite l'Istituto vendite giudiziarie, 800 tonnellate di tessuti di seta, cotone e viscosa, realizzando un incasso di 3 milioni di euro. Si tratta della merce che era stata sequestrata dalla guardia di finanza nell'ottobre dell'anno scorso in un capannone della società K-tex al Macrolotto, collegata alla Gi-tex di via Fonda di Mezzana e alla In-tex di via Gora del Pero, tutte società facenti capo a un amministratore di fatto cinese di cui non è stato reso noto il nome. Secondo gli investigatori sono tessuti fatti arrivare in Italia di contrabbando e per questo sottoposti a sequestro probatorio. Teoricamente non si potevano toccare, ma la Procura ha deciso di metterli all'asta, d'accordo con gli avvocati difensori dell'indagato, Costanza Malerba e Federico Febbo, per due motivi: si tratta di merce deperibile (dunque soggetta a perdere valore) e, cosa ancora più importante, in attesa del processo lo Stato avrebbe dovuto pagare un salato affitto al proprietario del capannone usato come magazzino, che non è coinvolto nell'inchiesta.

La vicenda ha provocato una dura presa di posizione da parte di Confindustria Toscana Nord, che in una nota diffusa oggi, 26 settembre, segnala il pericolo di una distorsione del mercato. Stando alle cifre disponibili, i tessuti sarebbero stati venduti a un prezzo di 3,75 euro al chilo, che secondo Confindustria è appena un quinto del prezzo di mercato.

"E' comprensibile che lo Stato cerchi di monetizzare e ricavare qualcosa da merce altrimenti giacente senza alcuna utilità - si legge nella nota di Confindustria - Quei 3 milioni di euro ricavati dalla vendita all'asta on line sono un'entrata importante per le casse pubbliche ma lo sarebbe stata anche per un'azienda corretta e legale che avesse voluto vendere propri tessuti - riconoscibili e tracciabili, con tutte le carte in regola rispetto alla legge - per quegli stessi usi per i quali verranno impiegati i tessuti sequestrati. Tessuti, questi ultimi, di cui a quanto pare non si sa niente, né da dove vengano né come sono stati realizzati e con quali garanzie di salubrità delle sostanze impiegate per produrli (fatta salva l'eventualità di controlli di laboratorio puntuali su tutta la merce: se sono stati fatti, sarebbe interessante sapere con quali esiti). Parliamo inoltre di un importo di 3 milioni per una vendita a peso a prezzi nettamente inferiori a quelli di mercato: moltiplicando questo valore almeno per 5 se non di più, come potrebbe essere verosimile, l'importo è l'equivalente del fatturato annuo complessivo di un'impresa tessile pratese di ottimo livello".

"L'effetto finale di questa operazione è che una quantità molto consistente di tessuti ignoti quanto a provenienza e caratteristiche chimiche e merceologiche viene commercializzata a un prezzo inferiore a quello di mercato, sostituendosi di fatto a una uguale quantità di tessuti legali che non verranno venduti".

"Non vogliamo contestare sul piano formale un'operazione che, essendo stata fatta da soggetti pubblici, evidentemente è del tutto legittima - commenta il presidente della sezione Sistema moda di Confindustria Toscana Nord Andrea Cavicchi - Intendiamo solo far riflettere su come l'illegalità finisca sempre per creare dei danni, perfino quando viene individuata e sanzionata. In questo caso, danni ingenti, che colpiscono in maniera indiretta aziende non necessariamente pratesi ma comunque legali che avrebbero potuto coprire con loro prodotti quella necessità del mercato. E, potenzialmente, anche danni per i consumatori, che acquisteranno capi di abbigliamento realizzati con tessuti il cui profilo ecotossicologico è probabilmente ignoto, così come caratteristiche merceologiche quali la composizione fibrosa. E' una strada apparentemente senza uscita: queste merci o vanno al macero e lo Stato rinuncia a recuperare almeno un po' delle risorse che spende per i controlli, oppure entrano nel flusso del mercato alterandolo e distorcendolo. Una riflessione sulle regole che governano aste giudiziarie di questo tipo andrebbe fatta, ma in realtà una terza via c'è: combattere a monte con maggior energia ed efficacia l'illegalità nel settore tessile, il contrabbando e la commercializzazione di prodotti non in regola, intervenendo quindi per prevenire questi fenomeni e non solo per reprimerli. Quando queste merci sono entrate in Europa e in Italia, il danno è già fatto e rimane forte, come dimostra questa vicenda, perfino quando vengono individuate e sequestrate".

Quanto alla presunta distorsione del mercato, l'avvocato Febbo fa notare che l'asta all'Istituto vendite giudiziarie era pubblicizzata da agosto e aperta a tutti: "Se le ditte pratesi o di altre città fossero state interessate, avrebbero potuto partecipare all'asta e fare l'affare".

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