Il Tirreno

Prato

San Niccolò, dove si parla solo italiano: su richiesta dei cinesi

Maria Lardara
Un gruppo di studenti intorno alla piazza di San Niccolò durante l'evento "Rosso di sera"
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Un gruppo di studenti intorno alla piazza di San Niccolò durante l'evento "Rosso di sera"

Da lunedì 17 settembre scatta la regola che è stata suggerita dalle famiglie orientali: i loro figli frequentano la storica scuola paritaria di Prato. La preside: "Fa bene all’integrazione"

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PRATO. Ci si saluta con “ciao”, niente “Ni hao”. Al bando “xie xie”: qui si usa dire solo grazie. Tra i corridoi, in classe, a mensa, durante il gioco e la ricreazione. Vige il divieto di parlare in cinese.
Detto altrimenti, da lunedì 17 settembre l’obbligo imposto è quello di parlare l’italiano per i 490 alunni del conservatorio San Niccolò, dai piccoli del nido fino ai grandi al liceo scientifico. "Abbiamo integrato il regolamento dell’istituto – spiega la preside Mariella Carlotti – inserendo questa regola che lunedì andrò a spiegare agli studenti, soprattutto a quelli della primaria e della secondaria di primo grado. Nella nostra scuola non ci sono bambini italiani e bambini cinesi. Qui ci sono solo bambini".

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Una regola concepita per buttare giù barriere, non per alzarle, in questa storica scuola paritaria che rispetta il tetto massimo imposto dal ministero sulla presenza degli “stranieri” in classe (30%), anche a costo di respingere le domande in più. E pensare che la regola di esprimersi solo in italiano negli spazi dell’affascinane struttura trecentesca che è San Niccolò è stata suggerita proprio dai genitori cinesi.

Famiglie non cattoliche con un certo tenore di vita che decidono di inserire i figli in una scuola cattolica, quella dei pratesi “vip” per antonomasia. E questo perché ne colgono i benefici dell’ambiente educativo per i figli. "Spiegherò ai ragazzi che non si tratta di una misura punitiva ma di un’occasione di incontro e amicizia – puntualizza la preside – Ciò che fa paura spesso della presenza degli stranieri in classe, del resto, è la mancanza d’ integrazione. La lingua è lo strumento chiave per promuoverla".

Certo, un po’ di tolleranza sarà ammessa all’inizio e questo le maestre lo sanno. Potrebbe esserci un bambino affezionato alla lingua madre che magari si farà scappare un vocabolo di troppo in mandarino.

"Ma le eccezioni che faremo all’inizio dovranno confermare la regola – puntualizza la preside – È soprattutto alle medie e negli ultimi anni della primaria che esiste la tendenza a stare per gruppi secondo la nazionalità. E la tendenza poi si radica in abitudine". E chi continuerà a parlare in cinese? Sarà richiamato dagli insegnanti che, di volta in volta, cercheranno di capire le singole circostanze. Ma i tempi ormai sono cambiati. "Al nido e all’infanzia abbiamo bimbi nati da genitori cinesi con cittadinanza italiana – racconta Carlotti – Famiglie qui radicate che hanno scelto di dare la cittadinanza italiana ai figli". Facendo così perdere quella cinese visto che la doppia cittadinanza non è ammessa dal governo di Pechino.
 

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