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Prato

La triste parabola della "Toccafondese", così tramonta la storia del Prato

Paolo Toccafondi
Una formazione del Prato nella stagione 1963-64, l'ultima in serie B
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Una formazione del Prato nella stagione 1963-64, l'ultima in serie B

La retrocessione in serie D e il braccio di ferro col Comune chiudono un ciclo avaro di soddisfazioni per i tifosi. I ricordi ormai sbiaditi della serie B, i pochi momenti di gioia degli ultimi anni, i nomi dei campioni passati dal Lungobisenzio

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PRATO. Ripesca che ti ripesca alla fine doveva succedere. Per la prima volta nei suoi 110 anni di storia il Prato scende tra i dilettanti. La società che vanta, si fa per dire, il maggior numero di partecipazioni al campionato di serie C (64 stagioni, le ultime 42 consecutive, praticamente un ospite fisso) scende anche quel fatidico gradino e lascia il calcio professionistico, con tanti saluti ai bei nomi che sono transitati o cresciuti con questa maglia, dalla dinastia Vieri (il nonno Enzo, il padre Roberto e i figli Christian e Massimiliano) a Diamanti, da Matri a Maccarone, per citarne alcuni non troppo remoti (ma bisogna pur rammentare che sulla panchina pratese sono passati Bearzot e Valcareggi, un campione e un vicecampione del mondo).

Una discesa annunciata da anni di agonia, di salvezze in extremis o ripescaggi. Era diventata un’abitudine per la famiglia Toccafondi che regge le sorti della società da 39 anni (altro record nel calcio italiano). Prima il padre Andrea, imprenditore ormai trapiantato da anni a Bergamo, che rilevò il Prato nel 1979. Ora il figlio Paolo (che nel Prato ha pure giocato), presidente di fatto ancorché sostituito al momento dalla sorella dopo l’inibizione di 20 mesi per una storia di giovani giocatori africani tesserati irregolarmente.

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Una gestione partita con tante ambizioni e poi proseguita in una progressiva polemica con i tifosi e la città, istituzioni comprese. Già negli anni ’90 una parte della tifoseria faceva la fronda accusando i Toccafondi di gestire la società come una proprietà personale. Nel bar che allora era il cuore del tifo biancazzurro, la parola “Prato” sul pannello della classifica era stata sostituita con “Toccafondese”. Poi la spaccatura si fece sempre più profonda e lo stadio si svuotò. Ad ogni fine stagione Andrea e poi il figlio Paolo annunciavano di voler vendere la società a un euro se avessero trovato qualcuno serio disposto a subentrare. Di acquirenti se ne sono indubbiamente visti pochi, seri quasi punti, e alla fine i Toccafondi sono rimasti in sella. «I nostri conti sono a posto, senza di noi il calcio sparirebbe da Prato», è sempre stato il mantra della famiglia. Prima i conti e poi, se vengono, i risultati sul campo.

Anche perché i bilanci sani consentivano fin qui di rimediare, con il ripescaggio, agli eventuali fallimenti sportivi. «I Toccafondi tengono il Prato solo per farci affari – dicevano i critici che consideravano gli annunci di vendita una manfrina - Della città e dei tifosi se ne fregano, se potessero farebbero giocare il Prato nel giardino di casa». Quest’anno si profilava lo stesso ritornello: Prato ultimo e retrocesso sul campo senza scampo, nuovo annuncio di cessione, trattative estive con il Comune a fare da garante, sfilata di personaggi farlocchi, di improbabili acquirenti anglo-napoletani e misteriosi canadesi. E alla fine Toccafondi che resta al suo posto, pronto a chiedere l’ennesimo ripescaggio.

Solo che stavolta il sindaco Matteo Biffoni, che auspicava un cambio definitivo di proprietà, si è convinto di essere stato un po’ messo in mezzo e si è arrabbiato. Ha negato al Prato lo stadio appena ristrutturato e il rifiuto ha fatto saltare la prospettiva del ripescaggio. Stavolta l’onta dei dilettanti tocca davvero. E sono dolori per tutti. Anche per Toccafondi che ricorre al Tar e minaccia di denunciare il Comune. In serie D è difficile valorizzare il vivaio e fare business.

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Non che il Prato non avesse conosciuto la D in passato. Era capitato nel triennio 1974-77 di giocare con Ortefilesi e Grifo Cannara e fare il derby con l’Aglianese. Ma intanto quella serie D faceva ancora parte, insieme alla C, della Lega semipro. E poi da quell’abisso era uscito alla grande con una stagione trionfale e i 12.000 spettatori allo stadio per il “big match” con il Montecatini. Altri tempi davvero. Adesso non resta che cullarsi amaramente con i ricordi. Quelli ormai sbiaditissimi dell’ultima stagione in B, 1963-64 (54 anni fa, una vita intera), quando i 19 gol di Romano Taccola capocannoniere (con l’aiuto di un giovane Boninsegna) non bastarono ad evitare la retrocessione. Ma in quel periodo, sotto la presidenza di Dino Baldassini, il Prato faceva su e giù tra C e B e nutriva anche ambizioni maggiori, una retrocessione non sembrava un dramma. Tanto che l’anno dopo sfiorò subito il ritorno tra i cadetti, lanciando giocatori come Roberto Vieri e Piero Lenzi.

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Ricordi meno antichi, come il “mitico” spareggio di Modena (1984), vinto con l’Alessandria per tornare in C1, con migliaia di tifosi al seguito. O quando sul finire degli anni ’80 per due volte i biancazzurri videro sfumare la B all’ultima giornata. Era il Prato dei gol di Marco Rossi e Paci, delle giocate di Ceccaroni e Labadini. Poi solo un vivacchiare, molti playout per salvarsi, un guizzo nella stagione 2000-01 che portò all’unico trofeo presente nella bacheca dello stadio: la Coppa Italia di serie C.

Ma ora non c’è neppure lo stadio. Già, chissà dove giocherà in serie D il Prato di Toccafondi.


 

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