Il dolore
Non prende più i medicinali salvavita per protesta
La moglie di uno dei due vigilantes di Prato sospesi dal lavoro da dieci mesi, esasperata e disperata per la grave situazione economica in cui si trova la famiglia, ha deciso, lei invalida, di non prender epiù l emedicine
PRATO. “In Italia dicono che esiste la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio ma a noi ci hanno già condannati quando non è cominciato neppure il processo di primo grado. Da dieci mesi mio marito è senza stipendio, col rischio licenziamento fra una settimana. Non ho più nulla da dare a mio figlio di nove anni e allora sono disposta a tutto e da stamani (ieri ndr) ho interrotto l’assunzione di tutte le medicine della terapia salvavita, visto che sono gravemente malata”.
E’ disperata la signora, che è invalida e moglie di uno dei due vigilantes della Securitas Metronotte, sospesi dal servizio nello scorso mese di ottobre dopo che un paziente al pronto soccorso li ha denunciati di averlo picchiato e di averlo reso invalido. Un episodio sul quale la procura sta ancora indagando e che per ora ha come certezze il fatto che quel paziente, un tossicodipendente di una cinquantina di anni, aveva dato in escandescenze nei confronti dei medici del pronto soccorso che si erano visti costretti a chiamare i vigilantes per non rischiare un’aggressione.
La procura sta indagando su cosa è accaduto dopo l’arrivo dei due vigilantes e sulla base della denuncia dell’uomo che li ha accusati di averlo picchiato e fatto cadere sul pavimento riportando lesioni gravissime che lo hanno reso invalido. Accuse che i due vigilanti negano sostenendo di averlo allontanato e di aver sentito poco dopo un tonfo e di essere tornate indietro e di averlo trovato per terra semisvenuto.
“Io non sto dicendo che la Procura non debba fare le sue indagini, chiedo solo di ridare dignità a queste due famiglie che sono esasperate e disperate. Non siamo sul lastrico, di più, stiamo rotolando in un precipizio – dice la signora – Viviamo di elemosina. Dobbiamo pagare gli avvocati, i periti, le bollette e dobbiamo anche cercare di vivere. Ho fatto i salti mortali per trovare venticinque euro per mandare mio figlio in gita con i compagni. Poi hanno chiesto altri tre euro per farli entrare al Centro di scienze naturali di Galceti e io non ce li avevo. Soli tre euro ma mio figlio in lacrime ha dovuto rinunciare a visitarlo. Sono disperata e da stamattina non prendo più nessuna medicina salvavita. So già che stasera comincerò ad avere gli spasmi muscolari per la mancanza delle pasticche per il calcio, ma sono decisa ad andare fino in fondo. Così non si può vivere. E a breve comincerò anche lo sciopero della fame se non avremo delle risposte”.
Inoltre la signora si dice fortemente preoccupata dal termine del 6 agosto. “Sì, in quella data scadono i dieci mesi massimi della sospensione e l’azienda potrebbe anche licenziare mio marito e il suo collega – continua la donna – E per loro non ci sarebbe neppure la cassa integrazione perché non hanno raggiunto i trenta giorni lavorativi durante l’anno. Per noi significa non avere più nessuna fonte di reddito. Abbiamo perso tutto ormai, questo non è vivere”.
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