Sicurezza
Frasi razziste su Facebook, agente condannato
Aveva scritto commenti contro la vedova del nigeriano ucciso a Fermo e contro la presidente della Camera Boldrini
PRATO. Quattro mesi di reclusione col beneficio della sospensione condizionale della pena. E’ stata questa la decisione del giudice nei confronti di un poliziotto, tuttora in servizio presso la questura di Prato, ritenuto colpevole del reato di istigazione all’odio razziale dopo aver pubblicato sul suo profilo Facebook il 14 luglio del 2016, insulti e frasi razziste contro la vedova di Emmanuel Chidi Namdi, il trentaseienne profugo nigeriano ucciso con un pugno al volto, dall’imprenditore agricolo Amedeo Mancini nel comune di Fermo nelle Marche, perché aveva “osato” replicare ad un volgare apprezzamento fatto nei confronti della moglie. Nel post anche minacce nei confronti dell’allora presidente della Camera, Laura Boldrini, e dell’arcivescovo di Fermo, Luigi Conti.
Il poliziotto, prendendo spunto da alcune notizie che parlavano di una possibile contraddizione nelle dichiarazioni rilasciate dalla donna, Chiniery, in seguito alla morte violenta del marito, aveva scritto sulla sua pagina Facebook: «Giustizia è stata fatta e quella donna, nera, bianca o gialla che sia deve essere incriminata e lasciata alla sua vita inutile…». Il post aveva presto ricevuto numerosi commenti, alcuni contro ed altri favorevoli. E, a seguire, il poliziotto in un quasi delirio, aveva aggiunto commenti e minacce che coinvolgevano anche l’allora presidente della Camera, Laura Boldrini per la quale augurava la morte, oltre a profferire offese ed ingiurie anche nei confronti dell’arcivescovo di Fermo, Luigi Conti che durante i funerali del trentaseienne nigeriano aveva detto: «I disperati siamo noi, non i migranti». Frase alla quale aveva ribattuto il poliziotto scrivendo: «Al parroco che ha fatto l’omelia spero che lo mandino a fare qualcosa di utile in Africa invece di mangiare pane a tradimento e non fare un c. dalla mattina alla sera!!!».
Il post è rimasto per poco tempo visibile nel profilo Facebook del poliziotto, il tempo necessario per ricevere tantissimi commenti, fino a quando qualcuno con un po’ di buonsenso gli ha consigliato di cancellarlo. Un consiglio arrivato però troppo tardi perché ormai qualcuno aveva deciso che quel poliziotto aveva davvero superato il limite consentito ad una persona normale, figuriamoci ad un appartenente alle forze dell’ordine. Nacque così la denuncia che, una volta arrivata sul tavolo dell’allora questore di Prato, Paolo Rossi, lo spinsero a cambiargli incarico: toglierlo da un ufficio aperto al pubblico e trasferirlo a nuove mansioni fra le scartoffie. Ad occuparsi dell’inchiesta fu direttamente il procuratore capo Giuseppe Nicolosi che poi affidò gli approfondimenti al sostituto Francesco Sottosanti. Quando dai primi riscontri emerse che non si era trattato di hackeraggio e che i commenti erano proprio del poliziotto, il questore decise di sospenderlo per un breve periodo come primo provvedimento disciplinare. Poi il rientro in servizio che lo vede tuttora al lavoro nella questura di Prato. Nei giorni scorsi, la giustizia ha fatto il suo corso ed è arrivata la condanna. —
PASQUALE PETRELLA.
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