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Circoli, stop a cibi e bibite Il presidente dell’Arci: «Difficile andare avanti»

ALESSANDRO FORMICHELLA

Una sentenza della Cassazione mette a rischio la vita di oltre mille circoli ricreativi e culturali pratesi: non tutti però  fanno attività di bar e ristoro

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PRATO. Sicuramente è un bel rompicapo anche per Prato: per gli oltre mille circoli culturali e ricreativi pratesi (solo una parte è dotata di banco bar e attività di ristoro), una recente sentenza della Cassazione tributaria forse non metterà fine a una lunga e annosa diatriba ma un punto lo centra senza condizionali. Ovvero, che i circoli culturali e ricreativi non possono svolgere attività commerciale.

Bevande, caffè e pasti possono essere somministrati come se fossero dei veri e propri club ai soli soci ma senza dover caricare i prodotti del surplus di profitto, come in un market.

Un’ordinanza che potrebbe avere ripercussioni importanti sulla vita dei circoli e delle associazioni, in particolar modo Arci, Acli, Mcl e Aics, le sigle più esposte nell'affiliazione di circoli con bar e pizzerie. Per intendersi, se un caffè vale 60 centesimi al costo di ingrosso (materia prima, lavorazione servizio e gestione locali), lo stesso deve essere fatto pagare al socio del circolo al prezzo di 60 centesimi senza ulteriori aggravi per l'utente finale. «Così, a braccio, mi sembra un fatto paradossale - commenta Enrico Cavaciocchi, presidente dell’Arci provinciale pratese - Vorrei capire come fanno i circoli ad andare avanti se non anche con l'attività di bar. Dietro al banco ci sono persone che lavorano, ci sono costi di gestione e manutenzione, c'è il mantenimento di tante altre attività».

A Prato e provincia i circoli che vendono cibo e bevande sono diverse centinaia: soltanto intorno all'Arci ne ruota un centinaio, una presenza spesso preziosa nelle frazioni e in provincia. A questi si aggiungono quelli di Aics, Endas, Mcl e Acli. La questione, che potrebbe davvero mettere sottosopra tutto il mondo dei circoli, va a toccare anche sagre, eventi e manifestazioni paesane. L’elemento chiave della sentenza della Cassazione è che, se i ricavi dell'attività circolistica provengono per oltre il 50 % da attività commerciale, viene a decadere lo status di associazione - circolo mentre verrebbe a configurarsi un esercizio commerciale vero e proprio, un market appunto.

Per qualcuno è una decisione che fa riflettere. «Sembra andare in una direzione di equità, un circolo-associazione non può essere un market: certo, tenere in vita un circolo solo col volontariato è cosa difficile», sottolinea Enrico Martelloni, presidente provinciale di Endas.

Interviene anche Dante Bartoloni, presidente del circolo Mcl di Santa Maria a Colonica. Che non commenta la sentenza in questione, ma precisa che «nel circolo esiste una divisione fra profit e no profit, una parte con licenza commerciale mentre quella istituzionale e sociale, invece, è no profit». —

ALESSANDRO FORMICHELLA. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.

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