«È una cosa illegale, io smetto» Ma ormai era troppo tardi
Uno dei medici arrestati parla con un mediatore: «Ti ho visto volentieri questa sera per dirti che lei è l’ultima. Cominciano a fare storie, è troppo rischioso»
prato. «Non dovevi raccontare che le pillole te le aveva date il dottore, ora il dottore mi ammazza...». Wu Lihua, detta Giulia, aveva capito subito di essersi messa nei guai quando seppe, nella primavera dell’anno scorso, che la giovane connazionale alla quale aveva procurato le pillole abortive Ru486 si era confidata con la sua titolare e con la figlia di questa. La cinese che voleva abortire era già stata sentita dai carabinieri e da lei sono risaliti alla mediatrice Giulia ma non ancora al medico italiano che fornì le pillole (l’episodio che ha fatto scattare l’indagine sull’aborto, che poi è diventata l’inchiesta sulle visite senza prenotazione).
Il dottor Simone Olivieri, uno dei quattro ginecologi messi agli arresti domiciliari, ha capito invece solo troppo tardi di essersi messo nei guai. In un’intercettazione ambientale fatta lo scorso 12 marzo nella sala Fast Track del reparto di Ginecologia, cioè quando l’inchiesta stava per essere chiusa, Olivieri parla con l’altro mediatore Li Jie, detto Luigi, e apprende che Luigi è stato fermato due volte dai carabinieri. «Chiaramente questa cosa è illegale» ammette il medico. E quando l’altro gli dice che Ciro (Comparetto, ndr) ne ha fatto un po’ troppe (di visite senza prenotazione) Olivieri chiosa: «Sì, un po’ troppe. Il fatto è che non se ne potrebbe fare neanche una».
Olivieri ha già preso la decisione di licenziarsi dall’Asl per dedicarsi solo all’attività professionale privata e spiega: «Ti ho visto volentieri questa sera per dirti che lei è l’ultima». E ancora: «Si sa che c’è questo sistema, alla fine ora cominciano a fare storie, capito?».
Siamo alla metà di marzo e il medico sembra consapevole che esiste un sistema e che la cosa non può andare avanti: «Ci sono troppe cose in giro, quindi diventa molto, molto rischioso».
Ormai però i carabinieri del Nucleo investigativo hanno raccolto sufficienti elementi per chiudere il cerchio. Non solo intercettazioni, ma una serie di pedinamenti e immagini del passaggio di denaro contante che hanno poi consentito ai sostituti Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli di chiedere 11 misure di custodia cautelare nei confronti dei quattro medici italiani e dei sette mediatori cinesi. Un esercito di faccendieri che risolvono problemi anche quando non ci sono.
La giovane cinese che voleva abortire con la Ru486 e dalla quale è iniziata l’inchiesta, per esempio, non è clandestina e comunque avrebbe potuto farlo seguendo i normali canali del sistema sanitario. Invece si è rivolta alla mediatrice, che le ha fatto percorrere un canale illecito. Per ignoranza da parte della paziente e per la voglia di guadagnarci da parte della mediatrice. —
P.N..
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google