Il Tirreno

Prato

l’inchiesta sul sistema per saltare la fila 

Due medici su quattro rispondono al gip Prime ammissioni sulle visite clandestine

PAOLO NENCIONI
Due medici su quattro rispondono al gip Prime ammissioni sulle visite clandestine

In Tribunale sfilano i ginecologi messi agli arresti domiciliari: «Erano i mediatori cinesi a portarci le pazienti» 

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PRATO. Due dei quattro ginecologi arrestati lunedì con le accuse di peculato e truffa ai danni dello Stato nell’inchiesta sulle visite senza prenotazione si sono avvalsi della facoltà di non rispondere di fronte al gip Francesca Scarlatti, altri due hanno invece scelto di rispondere. I quattro sono sfilati ieri mattina davanti al giudice, prima degli interrogatori di due dei tre mediatori cinesi finiti ai domiciliari. Ciro Comparetto, difeso da Alessandro Traversi e Paola Pasquinuzzi, ha fatto scena muta, così come Elena Busi, difesa da Giuseppe Nicolosi (ma forse verrà presto interrogata dai due sostituti titolari dell’indagine, Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli). Massimo Martorelli, invece, difeso da Antonino Denaro, ha risposto per più di un’ora alle domande del giudice. Senza negare i fatti ma dando una sua spiegazione, che al momento non è dato di sapere. Stesso discorso per Simone Olivieri, difeso da Paolo Ceccherini. In sostanza ammettono di aver fatto le visite e di aver riscosso i contanti, spiegando che l’iniziativa è stata presa dai mediatori cinesi. Più avanti si capirà se le giustificazioni portate al giudice e ai pm potranno alleggerire la loro posizione o riqualificare i reati che vengono loro contestati.

Anche il mediatore cinese Li Je, conosciuto come Luigi, difeso da Denaro, ha risposto a molte domande. Ha detto che portava le donne cinesi ai medici Comparetto, Busi e Olivieri. Ha aggiunto che di mediatori cinesi che girano intorno al sistema sanitario ce n’è un esercito. Sbrigano pratiche, risolvono problemi non solo sanitari e prendono la loro brava percentuale (nel caso delle visite ginecologiche, 20 euro). Il trentasettenne Luigi del resto viene descritto come uno che si muove (si muoveva) dentro il reparto di Ginecologia come se fosse uno dei tanti infermieri, come se la stanza del Fast Track fosse roba sua. Un’attività di facilitatore che non avrebbe svolto solo nel reparto di Ginecologia.

Wu Lihua, detta Giulia, non è stata interrogata per un difetto di notifica al suo difensore, Giuseppe Bonfante, e quasi certamente sarà sentita oggi. È la mediatrice cinese da cui è partita ormai più di un anno fa l’inchiesta dei carabinieri. Ed è la persona che potrebbe aiutare, se volesse, gli inquirenti a risalire all’ultimo tassesso della vicenda, il nome del medico italiano che l’anno scorso le consegnò alcune pillole abortive Ru486 poi consegnate a una giovane cinese che si sentì male e successivamente si rivolse al Centro salute donna, facendo nascere i primi sospetti su pratiche poco ortodosse. Finora quel nome non è stato fatto. La giovane paziente cinese non lo conosce. Si è limitata a dire che il medico ha lo studio in centro e di aver pagato 300 euro dopo la visita del medico, mentre si trovava nell’androne, di fronte a un portone in legno massiccio. Per questo la mediatrice ora deve rispondere del reato di ricettazione (le pillole che vengono dal circuito ospedaliero). Il medico, se individuato, di procurato aborto. —

PAOLO NENCIONI.

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