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Toscana economia

A Pitti Filati preoccupa l’onda animalista

Maria Lardara
 A Pitti Filati preoccupa l’onda animalista

I grandi brand come Zara non vogliono la fibra sudafricana Lineapiù: «Ma noi abbiamo la certificazione dei fornitori» 

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PRATO.  Girano il mondo le rocche dei filati Igea: volano a Parigi e Firenze, salgono sulle montagne e si spingono fino alle isole tropicali. Sono come il nano giramondo nel film “Il magico mondo di Amélie” cui s’è ispirata la Manifattura Igea per la campagna promozionale dell’ultima collezione in scena a Pitti. Scatti che diventano la metafora di quel filato “made in Prato” messo in valigia e portato in giro per il mondo. E che qui, fra gli stand dell’edizione numero 83 di Pitti Filati (fino al 29 giugno), ritrova slancio dopo un 2017 sonnecchiante sul fronte delle vendite. Ma i produttori nostrani ci vanno con i piedi di piombo. C‘è fame di materia prima: sempre più difficile accaparrarsi lana, mohair e alpaca. Proprio ieri, mentre s’alzava il sipario sulla kermesse dei filati a Firenze (129 marchi presenti, di cui 29 pratesi), l’ultima asta del mohair in Sudafrica ha subito un nuovo aumento di listino: +3%, +30% negli ultimi sei mesi.



È fra le fibre più pregiate, ricavata dal pelo delle capre d’angora del Sud Africa. E rischia di fare una brutta fine, in nome di una causa animalista che condiziona i brand e, a cascata, anche i produttori di filati. Zara, ad esempio, darà l’addio al mohair dal 1° gennaio 2019 dopo un video diffuso dagli animalisti di Peta sul trattamento disumano delle capre. Eppure il prezzo del mohair sale ancora. «Abbiamo le certificazioni dei fornitori per venderlo ai nostri 300 clienti», rassicura il presidente di Lineapiù Alessandro Bastagli. Si chiamano “Sparkling” e “Lumière” i due nuovi articoli prodotti dall’azienda di Capalle: filati camaleontici carichi di luci cangianti che prediligono il lurex colorato. In casa New Mill la questione è sentita, tanto che l’imprenditore Stefano Milanesi ha messo a punto una cartella “mohair free” della linea Fashion Mill.


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Un concordato in continuità aziendale e zero procedure di licenziamento collettivo. Salvifica la decisione di mantenere la filatura interna visti i volumi di lavoro con cui la New Mill si confronta ultimamente: triplicata la produzione di filato di pura lana (19 micron) nel primo semestre del 2018. «Ma la nota stonata sono le lane: il prezzo è aumentato del 40% - fa notare Milanesi - I produttori australiani non hanno più invenduto». Sullo sfondo, la speculazione sulle materie prime.



«Lavoriamo anche il sabato e la domenica». Per Giancarlo Bennati, anche lui premiato dal promettente trend dei filati fantasia, c’è tanto lavoro e le macchine della sua Filcompany viaggiano a pieno ritmo. «In collezione abbiamo inserito un nuovo filato “ecofriendly” prodotto con la bioplastica».

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Ben cinque certificazioni legate alla sostenibilità con l’ultima new entry del marchio “Rws” per le lane degli allevamenti. Ci crede Filpucci che sta recuperando i livelli del 2016 archiviando il primo semestre del 2018 con un +2% (-5% nel 2017). «Abbiamo investito 1,3 milioni di euro nell’acquisto di nuovi macchinari – racconta Federico Gualtieri - e spenderemo altri 300mila per due nuove macchine grazie agli incentivi dell’industria 4.0».



L’inverno di Pinori s’accende di rosso, rosa, arancione e viola. L’azienda lancia il denim wool e una collezione a base di filati tecnici con l’impiego di poliestere riciclato. «Il tecnico – spiega Raffaella Pinori – aiuta a destrutturare il concetto di maglia tradizionale». —


 

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