Il dolore
Budget annuo di 3 milioni per il Centro Pecci
La direttrice del museo di arte contemporanea di Prato, Perrella, afferma che due milioni non bastano più, serve l’aiuto del pubblico, ma anche dei privati
PRATO. Il Centro Pecci è un museo misogino. Durante i 30 anni della sua attività infatti non ha mai proposto una personale di un’artista donna. A questa mancanza ha subito provveduto la nuova direttrice Cristiana Perrella che per il suo debutto come curatrice, a fine anno, presenterà la personale di una giovane artista afroamericana, ma nell’attesa a fine luglio ci sarà una rassegna di video di artiste donne.
Nel frattempo altre novità al Centro Pecci, con il cambio di un membro del cda nominato dal Comune, che ha anche aumentato di 50 mila euro il contributo annuo, e per finire la chiusura per ferie del Centro dal 13 agosto al 5 settembre. All’interno però ci sarà chi “smonta” l’albero-caverna di Oliveira, un impegno da 50 mila euro.
Direttrice del Centro Pecci, 27 anni fa avevi fatto un sogno così?
Lavorare per un’istituzione come il Pecci è da sempre il mio obiettivo professionale, anche se oggi, certamente, il ruolo di chi dirige un museo è cambiato molto rispetto ai primi anni Novanta. È più manageriale e meno curatoriale, probabilmente Barzel si divertiva di più!
Cos’è cambiato da allora, dentro ma anche fuori il museo? Allora tante speranze, progetti, ma anche soldi, e ora?
Ora il museo ha raddoppiato i suoi spazi, ha trasformato la sua immagine, da opificio ad astronave, ha una collezione di quasi 1. 200 opere e trent’anni di esperienza. Può, a mio parere, consolidare un ruolo importante sulla scena dell’arte contemporanea e sul territorio, che negli ultimi dieci anni ha avuto a fasi alterne, anche per il lungo periodo di chiusura. Ma questo richiede molto lavoro. Si tratta di riaffermare la propria voce in un mondo che è sempre più professionalizzato, dove –fortunatamente– gli standard con cui opera un museo si sono elevati anche in Italia al livello internazionale. Sono necessari una governance chiara; un programma dai contenuti forti, innovativi e vari, in grado di parlare a molte fasce di pubblico; una collezione –intesa come patrimonio e identità del museo– che cresce costantemente; una comunicazione efficace e attraente. Va da sé che questo richiede capacità ma anche supporto da parte della politica e della città intera.
Arriviamo ai giorni nostri, fra un mese il Pecci compie 30 anni, come festeggiare? Apriremo le attività del trentennale con una “tre giorni” che vuole indicare quali saranno alcune delle linee su cui il museo lavorerà d’ora in poi: il 22 giugno saremo al Macrolotto zero con la performance di Rainer Ganahl, e l’installazione di cartelloni di Yoko Ono, a segnare una nuova attenzione per il territorio, l’uscita dai nostri confini e il desiderio di lavoro in rete, visto che il progetto è realizzato in collaborazione con un gran numero di realtà pratesi. Il 23 giugno il museo proporrà nella sua sede attività diverse per tutta la giornata: laboratori per famiglie; una maratona di interventi sulla storia del Centro Pecci, che coinvolgerà artisti, critici, giornalisti, scrittori raccontando la storia del museo; infine un concerto gratuito – che aprirà il programma musicale Pecci Summer Live– e un djset. Qui l’idea è di di coinvolgere pubblici diversi, di “parlare tante lingue” e di farlo anche attraverso una riflessione su quella che è stata ed è l’identità del Pecci. Un luogo da sempre aperto alla molteplicità dei linguaggi creativi e attento al ruolo della didattica. Infine il 24, giorno di san Giovanni, saremo a Firenze, con l’installazione curata da Stefano Pezzato di un’opera di Loris Cecchini sulla facciata del Gallery Hotel Ferragamo, in pieno centro storico. Un modo di sottolineare, attraverso la partecipazione con un progetto artistico al giorno di festa cittadina, il legame che vogliamo rafforzare con Firenze.
Hai già stilato il programma anche nei dettagli, oppure manca ancora qualcosa da definire visto che non c’è ancora un budget preciso?
Il Centro Pecci sta ancora confrontandosi con la fase di passaggio da associazione a Fondazione, che dal punto di vista amministrativo ha richiesto un notevole impegno. Questo ha portato qualche ritardo nella chiusura di bilancio 2017 che però, mi preme annunciare, è in positivo, così come lo era stata quella dell’anno precedente. Un risultato non da poco, di questi tempi. Quindi siamo stati necessariamente rallentati nella definizione del programma futuro, che stiamo chiudendo ora e annunceremo presto. Posso dire che il programma per il 2018 è in gran parte comunque determinato dagli impegni presi precedentemente al mio arrivo al museo. Ora il mio lavoro è di armonizzare le proposte esistenti in un quadro che esprima già i caratteri di quella che sarà la mia linea per il Centro Pecci. Ci saranno comunque degli elementi di novità, come un nuovo format di mostre, più piccole e più veloci, da accostare alle grandi rassegne, e l’attenzione alle artiste, molto trascurate in termini di presenza al museo in questi trent’anni di attività. Prima della pausa estiva, avremo una mostra di Fabrizio Prevedello, un artista che vive sotto le cave delle Apuane ed elabora un tipo di scultura sospeso tra natura, cultura e industria, e una grande rassegna video focalizzata su artiste donne. A settembre riallestiremo l’intero museo, con le opere più importanti della collezione, presentando i risultati della ricerca che stiamo facendo nei nostri archivi in collaborazione con il dipartimento di statistica del Pin. I risultati saranno sorprendenti!
Il debutto, ovvero la prima mostra, della direttrice Cristiana Perrella al Pecci, quando e come sarà, se non il nome, almeno una personale italiana o straniera, oppure una collettiva?
Sarà a fine 2018, una personale di un’artista giovane, donna, afroamericana.
E ora i problemi da risolvere, anche se non spetta solo a te trovare i soldi, stimolare le istituzioni, combattere la burocrazia. Quando sarà finito il museo, ovvero il trasferimento nell’edificio nuovo degli uffici, l’apertura del nuovo Cid, il dipartimento educazione, l’anfiteatro a norma, il bar interno?. Quando non vedremo più lo scheletro di Staccioli sulla declassata e soprattutto quando riuscirai a convincere i politici che con poco più di 2 milioni di euro di budget annuo, il Centro Pecci non ha futuro?
Questi sono tutti aspetti che ho affrontato con grande determinazione appena arrivata. Il cantiere si deve chiudere il prima possibile e l’attività del museo entrare finalmente a regime. I lavori del bar bistrò sono partiti un mese fa e saranno finiti per l’estate, il primo spazio per la didattica ci sarà consegnato entro la fine dell’anno e il rifacimento del resto del pian terreno sarà terminato entro i primi mesi del 2019. Abbiamo già ottenuto l’agibilità piena del teatro esterno e siamo per questo pronti a partire con il Pecci Summer Live, il programma di concerti estivo. E, last but not least, il nostro giardino sta tornando in ordine, come forse i pratesi avranno notato. Rispetto alle necessità di budget, credo sia chiaro a tutti che un museo come il Pecci, soprattutto quando tutti gli spazi saranno aperti, con oltre 3. 500 metri quadri di sale espositive, un cinema, un teatro esterno, due sale per la didattica e altre due sale polivalenti, l’archivio e la biblioteca, una web tv, si configura non solo come un museo d’arte contemporanea ma come un grande centro culturale a 360°. Come tale deve offrire servizi alla città e come tale va finanziato. Il fabbisogno di uno spazio così è facilmente stimabile in almeno 3 milioni di budget annui. Vanno garantiti con il finanziamento pubblico (che ricordo essere garanzia di libertà, di qualità e di proposta rivolta a tutte le fasce sociali), con quello privato –che è indispensabile– e con una grande attenzione alle possibilità di autofinanziamento attraverso le attività proposte.
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