Sicurezza
«Liberazione non è una parola generica»
La direttrice del Museo della deportazione invita i giovani a non perdere la memoria storica ed attenersi ai fatti
PRATO. Nel giorno della Liberazione la direttrice del Museo della deportazione e resistenza di Figline Camilla Brunelli parla della festa della Liberazione oggi.
Perché è importante continuare a festeggiare questa ricorrenza?
«Il 25 aprile è una data fondamentale per il nostro Paese. Bisogna infatti avere molto chiaro da che cosa ci siamo liberati allora ed è importante ricordare alla gente come stavano le cose e come le persone hanno vissuto a quei tempi. È per questo che da 16 anni, attraverso il Museo, documentiamo quelli che sono stati i crimini del nazifascismo».
C’è il rischio di dimenticare quello che è stato 73 anni fa ed oltre?
«Evidentemente sì, visto che è cronaca di tutti i giorni il manifestarsi di “rigurgiti” neofascisti e neonazisti in Italia. Credo che il nostro Paese non abbia fatto davvero i conti con il proprio passato fascista. Anche se molti anziani ricordano quel periodo e gli avvenimenti che lo caratterizzarono con terrore, negli ultimi tempi certi tipi di provocazioni si sono moltiplicate. Segno che non si ha davvero coscienza di quello che è accaduto».
Qual è il valore della memoria storica in questo senso?
«Coltivare la memoria dei fatti che sono avvenuti è fondamentale. Perché, come disse Primo Levi, chi non ricorda il passato è costretto a riviverlo. È necessario conoscere gli avvenimenti legati alla Liberazione e alla Resistenza per capire da dove viene la nostra Costituzione, che è una delle più belle al mondo, ed essere consapevoli di quello che rappresenta, per meglio comprendere i valori che racchiude. La Resistenza infatti – oltre a quella armata, che allora fu necessaria per uscire dall’inferno della seconda guerra mondiale – è stata anche resistenza civile e di popolo, in difesa della libertà e della democrazia, valori che appartengono a tutti».
Come si fa a far comprendere alle nuove generazioni un passato tanto difficile?
«C’è bisogno di uno sforzo da parte degli educatori per rendere comprensibili quei fatti, che ai ragazzi di oggi appaiono una cosa lontana. Per renderli tangibili, nella nostra attività didattica facciamo spesso ricorso ai testimoni, che hanno vissuto sulla propria pelle il terrore della deportazioni e delle persecuzioni. I giovani si rendono conto così che quello che è successo non è astratto».
La memoria diretta dei testimoni purtroppo però piano piano sta scomparendo
«Sì, certo. È qui che sta l’importanza di istituzioni come il nostro museo, che è uno tra i più significativi (ma non l’unico) in Italia, della cui esistenza bisogna ringraziare la lungimiranza di quelle persone e istituzioni che hanno sentito molto chiara la necessità di creare un luogo permanente dove coltivare la memoria dei fatti. In questi anni abbiamo raccolto molto materiale (video interviste e documenti di diverso tipo) che consente di passare il testimone e continuare la narrazione di questa storia anche in futuro».
Chi volesse contribuire alla conservazione della memoria cosa può fare?
«Le nostre porte sono aperte a chiunque voglia collaborare, così come quelle delle associazioni che cooperano con il museo. Per oggi l’invito è quello di venirci a trovare (in via di Cantagallo 250) dalle 15 alle 19. Sono in programma visite guidate gratuite e l’apertura della mostra “La famiglia Martini. Una storia pratese tra fine Ottocento, Grande Guerra, Resistenza e Deportazione”, a cura di Enrico Iozzelli, che dopo essere stata allo spazio Valentini e nelle scuole pratesi arriva al museo».
Fabrizia Prota
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