Sicurezza
Sfruttamento lavorativo «Zero controlli, vergogna»
Industriali, artigiani e sindacalisti puntano il dito contro Ispettorato, Inps e Inail «Da un anno chiediamo verifiche nei festivi e di notte, ma non le hanno fatte»
PRATO. A un anno dalla firma del protocollo per il lavoro dignitoso i risultati sono pari a zero, o quasi. Zero controlli nei giorni festivi, zero controlli negli orari notturni, zero contestazioni della responsabilità solidale ai committenti. Il grido d’allarme arriva dalla Camera di commercio, dove ieri si sono riuniti i soggetti che quel protocollo lo hanno firmato nel marzo 2017: Confindustria Toscana Nord, Cna Toscana Centro, Confartigianato Imprese Prato, Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil.
Industriali, artigiani e sindacalisti alzano la voce e sul banco degli imputati finiscono l’Ispettorato del lavoro, l’Inps, l’Inail e, in parte, la Prefettura. Cioè i soggetti che avrebbero dovuto dare gambe al Protocollo “per il lavoro dignitoso e per il ripristino della legalità nel sistema produttivo illegale pratese del tessile-abbigliamento” . Qui non stiamo parlando dei controlli (migliaia) disposti dalla Regione ed eseguiti dagli ispettori del Dipartimento prevenzione dell’Asl dopo la tragedia della confezione Teresa Moda. Di quei controlli i sottoscrittori del patto non sanno che farsene. O meglio, sono certamente utili ma non vanno a incidere su quella parte della filiera tessile-abbigliamento dove, secondo imprenditori e sindacati, si annida il grosso dello sfruttamento dei lavoratori, dell’evasione contributiva. In altre parole, della concorrenza sleale.
Nessuno lo dice esplicitamente, ma stiamo parlando quasi esclusivamente delle aziende a conduzione cinese. Stamperie e tintorie soprattutto. Aziende che arrivano a contare decine di dipendenti reali, ma ne denunciano molti meno o li fanno passare come part time. «Paradossalmente stanno arrivando prima i controlli della Regione e del Comune su reati ambientali e smaltimento dei rifiuti – attacca Massimiliano Brezzo, segretario Filctem Cgil – Ma gli articoli che ne riportano i risultati non parlano mai di dipendenti. Possibile che le aziende siano mandate avanti solo dal titolare?».
Sono poche decine le aziende individuate dai firmatari del protocollo come quelle dove concentrare i controlli. «Noi chiediamo i controlli da parte di Ispettorato, Inps e Inail – dice Brezzo – Chiediamo che sia verificato lo sfruttamento che colpisce migliaia di lavoratori, e applicato l’articolo 603 bis del Codice penale che prevede il carcere per chi fa lavorare in quelle condizioni». L’articolo 603 bis, che punisce l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, è nato per combattere il caporalato ma poi la sua applicazione è stata estesa e sembra scritto apposta per realtà come quella di Prato, andando a colpire chi paga stipendi lontani dai contratti nazionali, le violazioni sull’igiene e la sicurezza nei luoghi di lavoro, gli orari massacranti e le situazioni alloggiative degradanti. Il problema è che non viene applicato, dicono i sindacalisti, «altrimenti, col rischio del carcere, sparirebbero anche i prestanome».
Un tema molto sentito, tanto che a un certo punto durante la conferenza stampa sbotta anche il solitamente pacato Luca Giusti, presidente della Camera di commercio: «È vergognoso che si debba essere noi a dire alle istituzioni che c’è una legge e va rispettata. Il passo successivo è la mafia».
In realtà industriali e imprenditori non vogliono far passare il messaggio che siano loro a indicare a Procura e forze dell’ordine l’elenco delle aziende da controllare. Cioè che le organizzazioni dei datori di lavoro chiedano la punizione di altri datori di lavoro. Ma di questo in sostanza si tratta. I sindacalisti, dal canto loro, dicono di aver raccolto tra le 15 e le 20 segnalazioni da parte di lavoratori sfruttati (in genere extracomunitari che lavorano per i cinesi) e di averli indirizzati all’Ispettorato del lavoro, senza sapere che tipo di provvedimenti siano stati presi.
Il protocollo sul lavoro dignitoso fu sottoposto al prefetto Scialla subito dopo il suo insediamento, un anno fa, e Franco Ciampolini, presidente del gruppo conto terzi di Confindustria, ricorda di aver incontrato il prefetto lo scorso 16 novembre. «All’inizio ci ha detto che era appena arrivata e si doveva rendere conto, ma poi che ha fatto? Ditemelo voi». E però dice di non voler polemizzare con la Prefettura.
Sull’efficacia del Durc, il documento che attesta il regolare pagamento dei contributi, polemizza invece Moreno Vignolini di Confartigianato Imprese: «Non nascondiamoci dietro un Durc, perché lo stesso Durc diventa un palliativo se non viene accompagnato da controlli e sanzioni adeguate, oltre alla responsabilità che committente e terzista devono avere affrontando il lavoro».
Ma perché questi benedetti controlli nei festivi e in orario notturno non vengono fatti? Secondo Massimiliano Brezzo il problema è che l’Ispettorato del lavoro non paga gli straordinari («e nemmeno la benzina quando gli ispettori vanno con la propria auto»). Lo stesso Brezzo è portato a escludere un’eventualità cui molti pensano, e cioè che siano gli stessi ispettori a preferire il lavoro nelle ore d’ufficio. Eppure c’è chi quei controlli (festivi e notturni) è riuscita a farli, come Ludovica Lignini della Direzione generale Inps, quando lavorava nelle Marche. Tra il 2014 e il 2015, ha raccontato durante il convegno alla Camera di commercio, rivoltò come un calzino il distretto calzaturiero tra Fermo e Macerata e impose la responsabilità solidale. Dunque si può fare, volendo.
Paolo Nencioni
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