Il Tirreno

Prato

Il fiume di denaro in Cina è diventato un rigagnolo

Paolo Nencioni
Contanti sequestrati in un money transfer (archivio)
◗
Contanti sequestrati in un money transfer (archivio)

Nel 2009 ogni giorno da Prato partivano 1.271.000 euro, l’anno scorso 44.882. Effetto inchiesta sui money transfer e stretta Bankitalia: chiusi centinaia di conti

4 MINUTI DI LETTURA





PRATO. Nel 2009 da Prato ogni giorno prendevano il volo verso la Cina un milione e 271mila euro (464 milioni in un anno). Otto anni dopo, nel 2017, quel fiume di denaro, che in cinese si dice “cian liu” e che nel 2010 ispirò il nome della famosa operazione della guardia di finanza sui money transfer, è diventato un rigagnolo quasi invisibile: 44.882 euro al giorno, poco più di 16 milioni in un anno, in pratica meno di un ventesimo di quanto partiva solo otto anni prima. Questa drastica chiusura del rubinetto è stata certificata in questi giorni dalla statistica della Banca d’Italia sulle rimesse verso l’estero degli immigrati nel nostro paese e ha fatto sorgere almeno un paio di domande. Perché ora i cinesi mandano così poco? E che fine hanno fatto i contanti che mancano all’appello? Alla prima è relativamente facile rispondere, alla seconda un po’ più complicato.

La stretta di Bankitalia. Sono almeno due i motivi che possono spiegare il quasi azzeramento delle rimesse cinesi da Prato. Il primo è quell’inchiesta del 2010 sui money transfer che consentivano di trasferire in Cina milioni di euro frazionati in tranche di 1.999 euro e dunque non tracciabili. Il processo per evasione fiscale e riciclaggio è tuttora in corso a Firenze con oltre 200 imputati e non se ne vede la fine. Ma dopo gli arresti di otto anni fa è diventato più difficile usare quel canale e questo può spiegare perché già nel 2010 le rimesse da Prato erano calate a 173 milioni rispetto ai 464 dell’anno precedente.

Ma un motivo forse più importante all’origine del fiume che diventa un rigagnolo è un acronimo che conoscono quasi solo i bancari, Gianos, ovvero Generatore indici di anomalia per operazioni sospette. È il sistema introdotto nel 2009 dalla Banca d’Italia per contrastare il riciclaggio facendo leva sulle banche. In pratica gli intestatari di conti correnti che fanno prevalentemente operazioni in contanti e non sono in grado di giustificarle con le fatture rischiano di vedersi chiudere il conto. Non è solo teoria: in una sola filiale di Prato, su 350 conti di cittadini cinesi ne sono stati chiusi 80. Basta moltiplicare il numero per le filiali presenti in città e si può certamente affermare che negli ultimi anni di conti ne sono stati chiusi a centinaia.

Che fine hanno fatto i soldi? Limitato il ricorso ai money transfer, è verosimile che le rimesse cinesi abbiano trovato un altro canale, ma probabilmente qualcosa è cambiato anche in positivo. O meglio, alcuni confezionisti hanno cominciato a investire in macchinari e il surplus che non finisce in azienda è andato a ingrassare il mercato immobiliare. Si dice che ci siano molti pratesi che si sono disfatti di case e capannone e ora hanno le cassette di sicurezza piene di contanti. Investire nel mattone può essere rischioso per chi non paga le tasse (a meno di non servirsi di prestanome) ma in qualche maniera mette al riparo dall’indice Gianos.

A questo bisogna aggiungere che è aumentato il numero di confezioni e pronto moda cinesi che lavorano stabilmente per i grandi marchi, committenti che non si possono permettere di pagare in nero, e dunque il distretto moda potrebbe essersi avviato verso la normalizzazione. Di certo sono aumentati anche i consumi di beni di lusso dei cinesi abbienti. Auto non più solo in leasing e capi d’abbigliamento di pregio. Lì è finita almeno una parte dei contanti che mancano all’appello.

E ora i pachistani puntano al sorpasso. In pratica è come essere tornati indietro di 13 anni. Nel 2005 le rimesse dei cinesi ammontavano a 20 milioni di euro, poi saliti a 56 milioni nel 2006 ed esplosi a 431 milioni nel 2007. Il picco, dopo una flessione a 373 milioni, è arrivato nel 2009 con un totale di 464 milioni, cui è seguita una repentina discesa: 173 milioni nel 2010, 226 nel 2011, 187 nel 2012, 178 nel 2013, 136 nel 2014, 102 nel 2015, 53 nel 2016 e appena 16 nel 2017. Le rimesse cinesi non hanno paragone con quelle delle altre comunità presenti in provincia di Prato. I romeni, per esempio, mandano ogni anno nel loro paese tra i 2 e i 3 milioni di euro, con un picco anomalo di 21 milioni nel 2006. Gli albanesi sono stabili tra uno e due milioni di euro nel corso degli anni. Un caso a parte sono i pachistani, le cui rimesse sono in costante crescita e il prossimo anno protrebbero superare quelle cinesi: 4 milioni nel 2014, oltre 6 milioni nel 2015, quasi 10 milioni nel 2016 e oltre 13 milioni nel 2017.

 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa