Gioco
Anna Genni Miliotti: "La mia famiglia, un pezzo di Prato"
La scrittrice pratese ha pubblicato il romanzo “C’è gente che” nel quale racconta la sua infanzia. Il libro ha vinto il primo premio nella sezione inediti del concorso “ Firenze libro aperto”
PRATO. Per una volta ha scelto di raccontare le sue di origini, Anna Genni Miliotti scrittrice, esperta di adozioni ma soprattutto “mamma di cuore” e non “di pancia” per usare una delle sue tante espressioni, semplici e dirette, introdotte per parlare di adozione. Perché è una donna che non si stanca mai di mettersi in prima linea quando si tratta di difendere i diritti dei bambini, degli adolescenti e delle famiglie. Anche per questo ha scelto di fermarsi a riflettere anche sulla sua di infanzia. Raccontando la storia della sua famiglia nel romanzo “C’è gente che” (Porto Seguro Editore) con il quale ha vinto il primo premio nella sezione inediti del concorso “ Firenze libro aperto”. I ricordi dei genitori - a partire dal titolo, “il ritornello di una famosa canzone di Sergio Endrigo (Io che amo solo te ndr) molto amata dai miei genitori” racconta la scrittrice - si intrecciano a scorci di vita di Prato vista con gli occhi degli operai tessili.
Lei si presenta subito al lettore, nella foto di copertina
"L’immagine di me e mia madre sulla nostra Vespa è tratta dall’album di famiglia, scattata negli anni ‘50 in via del Corso. Mia madre, fiorentina divenuta pratese per amore, e all’epoca non era cosa da poco, è stata la prima donna ad avere la patente a Prato."
Perché ha deciso di raccontare la storia della sua famiglia?
"Era il momento di mettere un punto e voltare pagina nella mia vita. Come scrivo nel libro, talvolta occorre guardarsi indietro per essere poi più liberi di guardare avanti. Poi volevo narrare di una Prato che non c’è più, ma in modo più rispettoso e vero di quanto ho letto finora in qualche libro di narrativa, anche famoso. Lo so, sono polemica, ma sono fiorentina-pratese no? In questo libro racconto la Prato non dei figli di papà, ma degli operai, delle operaie artigiane, e dei tecnici e mio padre, Bruno Miliotti, era uno di quelli, e pure molto noto. Tutti uniti nella stessa fatica e passione: il lavoro nel tessile. Con mio padre ho seguito l’evolversi della industria pratese, vista dalla parte della tintoria. Lui era un chimico e la tintoria era per me il luogo più infernale, fumi, calore, odore di acido...."
Raccontando di suo padre, descrive anche come si svolgeva il lavoro nel tessile
"Sì. Mio padre era un mago dei mescoli e dei coloranti. Non ne sbagliava uno! Aveva poi la capacità, che ho ereditato, di riconoscere al tatto la composizione del tessuto. Nel libro in un capitolo racconto come avveniva, l’acquisto. Andavamo tutti e tre in un negozio del centro, Ginanni, e iniziava la sfida: mio padre non si limitava a tastare il tessuto ma, sotto gli occhi preoccupati e sconcertati del venditore, toglieva dei fili dalla trama, prendeva un fiammifero dalla sua tasca, e gli dava fuoco. Una nuvoletta di fumo puzzolente inondava il negozio, ma era da quell’odore, oltre che dal colore della fiamma, che mio padre sentenziava ‘Ha detto 100% di lana?’ Della serie, non mi prenda in giro! Al malcapitato commesso veniva in soccorso il titolare, che con cortesia ed affabilità convinceva mio padre a esaminare altre pezze che erano appena giunte dall’Inghilterra. E l’affare si poteva alla fine concludere tra la vergogna di mia madre ed il mio divertimento."
Com’è cambiata Prato?
“Più di altre città. E non parlo solo di immigrati. Quando vado a New York degli stranieri nemmeno me ne accorgo rispetto a Prato, la differenza è che là si sentono tutti Americani. Mi riferisco a una città costruita intorno ad una cultura, quella del lavoro, che oggi è disorientata, perché quella cultura non c’è più. Facile cercare un capro espiatorio: cinesi, le amministrazioni di turno. Sono i pratesi che devono trovare un nuovo centro e tornare a fare quello che sanno fare meglio da generazioni creare nuove strategie, nuove opportunità. Siamo stati sempre maestri in questo. Anche qui vale forse il mio motto personale: guardarsi indietro sì, ma per andare avanti. “
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Sta già lavorando a un nuovo libro?
"Sì. Uscirà tra qualche mese e si intitola “Adottiamo un bambino?”. Contiene molte interviste a genitori e figli adottivi. Interessante l’opinione di questi ultimi: perché costruirsi un figlio in laboratorio quando ci sono tanti bambini già nati che hanno bisogno di una famiglia?"
Lei si è impegnata anche per la riforma della legge sulle adozioni. A che punto siamo?
"Sono stata più volte in audizione in Commissione Giustizia ed è stata davvero una buona occasione. Il legislatore ha bisogno di ascoltare solo che poi i governi cadono e tutto deve ricominciare da capo. Che fatica! C’è ancora molto fare. Prima di tutto occorre far ripartire il sistema, le adozioni sono drammaticamente calate. I rimborsi sono fermi al 2011, mentre i costi sono lievitati. Poi c’è l’adozione per i single, forse dovremmo pensare a cambiare la legge per aprirla perché, così facendo, come dicono i ragazzi adottati, daremmo più possibilità di una famiglia ai tanti che non l’hanno più. Aggiungo anche il tema della ricerca delle origini, della reversibilità dell’anonimato, sul quale non esiste più una legge abolita dalla corte di Strasburgo e dalla nostra Corte Costituzionale. Il Tribunale per i Minorenni di Firenze si è distinto con saggezza e professionalità in materia. La Toscana è spesso avanti!".
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